Considerazioni e lamenti di un bevitore accanito di caffè

di Roberto Albini

Il mondo si divide praticamente in due tipi di persone: quelli che smettono di bere caffè alle dieci di mattina perché dicono che poi non chiudono occhio la notte, e quelli che invece bevono dodici caffè al giorno, vantandosi di essere immuni alla caffeina, e poi sul serio non chiudono occhio. Io appartengo a questa seconda categoria.
Così la mattina mi sveglio stanco, assonnato, gli occhi impastati e le idee in subbuglio. “Ho bisogno assolutamente di un caffè”, penso, e il ciclo ricomincia. Verso le sei del pomeriggio la palpebra del mio occhio sinistro, quello più vicino al cuore e forse il più sensibile tra i due, inizia a tremare. Lo fa con discrezione, tentando di darmi il meno fastidio possibile, come una madre che aspetta sveglia il figlio tornare alle cinque di mattina e non lo rimprovera. Semplicemente lo sguarda con un’espressione di rammarico, sperando che basti questo a farlo rinsavire. Ma il ragazzo alza le spalle e le chiede chi glielo fa fare a restare in piedi fino a quell’ora. Così faccio io con la mia palpebra sinistra.
Diverso sarebbe se il cuore a un certo punto, comportandosi come un padre d’altri tempi, si incazzasse fino al punto di fermarsi, anche solo per un momento, che alzi la voce facendomi capire chi comanda. Ma, riflettendoci meglio, il cuore di un uomo si ferma per forza prima o poi. La questione è: vale la pena sacrificare il santo vizio del caffè solo per impedire una cosa che accadrà in tutti i casi? Sarà per colpa della mia immaturità, ma non ho mai saputo rispondere a questo genere di domande. Per questo fumo, mangio quello che voglio, bevo alcolici e caffè oltre la soglia consigliata da qualsiasi dottore, fosse anche un ginecologo, e quando qualcuno mi rimprovera tiro fuori uno di quei discorsi senza senso tipo che anche l’inquinamento uccide, però nessuno va a piedi. Diciamo che queste discussioni sono una specie di gara a chi ce l’ha più lungo, ma a parole, cioè senza che nessuno dei due si cali le braghe per verificare. La verità, alla fine, rimane appesa a un’opinione.
Il tremolio alla palpebra non è l’unico sintomo che mi provoca l’abuso di caffè. In generale sono molto più reattivo rispetto agli stimoli negativi esterni. Considerando che gli stimoli negativi sono praticamente gli unici che ricevo durante la giornata, questo fa di me una persona che in molti giudicano dotata di un brutto carattere. Naturalmente non è così. Semplicemente il caffè fa sì che la normale pazienza con la quale un uomo gestisce la placida imbecillità del mondo esterno, si riduce fino a raggiungere lo spessore di un foglio di carta sottile, facile da bucare anche da chi non esercita troppa pressione su di esso. Anche questa è una questione che non so se considerarla negativa. Voglio dire, è meglio subire la stronzaggine umana passivamente, o allontanarla con i modi che si merita senza rischiare di implodere? Certo, se fossi più maturo saprei cosa rispondere, ma nel mentre aspetto di diventare adulto preferisco lasciare libero il mio ego di mandare a fanculo chiunque lui giudichi di meritarselo.
Di tutti i disagi che soffre un bevitore accanito di caffè, però, sicuramente il peggiore è quello della difficoltà ad addormentarsi. Anche io temo quel momento, tutte le notti. Voi normali, cioè voi che smettete di bere caffè alle dieci di mattina, non lo sapete, non potete saperlo né immaginarvelo, ma esiste un mondo sconosciuto e terribile che si estende sui soffitti bui delle case di notte. Il corpo chiede disperato di essere spento, di avere un po’ di pietà di lui e di lasciare che muoia anche solo per poche ore. E invece si rimane lì, sdraiati, con gli occhi spalancati ad osservare un nero senza confine che parla, e che racconta cose orrende. C’è tutto il mio futuro sul tetto della mia stanza la notte, un futuro senza speranza, dove non ci sono possibilità di sopravvivenza ma solo promesse di angosce, fallimenti, disastri e sofferenze assortite. C’è tutto il riassunto di quello che ho fatto, o meglio, di quello che non ho fatto perché non sono stato in grado di farlo. Tutta la mia pochezza, tutti i rimpianti e i ricordi peggiori. A volte piango. Le lacrime mi cadono ai lati del viso, raggiungono il mento e formano un laghetto sul mio petto, che si agita scosso dallo sforzo di non farsi udire. Non sono mai riuscito a calcolare quanto dura questa fase. Il sonno poi arriva all’improvviso, senza sbadigli. Io non mi addormento: crollo. Finisco in un baratro profondo, senza sogni, che non ristora e non accoglie. E’ come la valvola di sicurezza di una macchina surriscaldata, che toglie la corrente per evitare che fonda, ma non ripara i danni di quel malfunzionamento.
Le mie mattine sono un lento verificare che tutti gli ingranaggi girino ancora senza intoppi, mentre dentro di me suona la sua nenia la grande orchestra del mal di testa.
Mi accendo una sigaretta, mentre preparo il caffè, promettendomi che quello sarà il primo e ultimo della giornata.
Sarà perché sono immaturo, ma mentre lo penso so già che dovrò condividere un’altra giornata con quella bugia.

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