Il giorno che mi sono svegliato biondo

di Roberto Albini

C’è poco da dire in fondo. Io non sono biondo, non lo sono mai stato. Nessuno nella mia famiglia è biondo, né i miei genitori, né i miei fratelli e nessuno dei miei nonni. Eppure adesso che mi ritrovo di fronte a questo specchio, appannato dai vapori dell’acqua calda, osservo il mio riflesso e dubito. Mi liscio i capelli ancora umidi, afferro una ciocca ed è innegabilmente bionda, così bionda che quasi sembra bianca. Scuoto la testa, abbasso lo sguardo verso il lavandino e poi rialzo gli occhi di scatto in direzione dello specchio. Non c’è dubbio. Ieri ero moro, oggi sono biondo. Ed è per questo che mi ritrovo in piedi, mezzo nudo, bagnato, a domandarmi se veramente fino a prima di addormentarmi avevo i capelli bruni.
Indosso l’accappatoio e mi dirigo nel salone, dove dentro un cassetto ho riposto l’album di famiglia, quello dove sono raccolte tutte le foto, le antiche foto di carta, che raccontano il mio aspetto da quando sono nato fino ad ora. In tutte gli scatti, anche quelli in cui indosso ancora i pantaloni corti, la mia capigliatura e dorata. Non è possibile, penso. Le scorro, le riscorro e non ce n’è nemmeno una in cui porto i capelli del mio colore naturale, quello con cui mi sono sempre immaginato andare in giro, e cioè marrone, scuro come la corteccia di un albero. Rifletto. Tra poco devo andare a lavoro. Tutti quelli che conosco mi vedranno e sicuramente si stupiranno della mia nuova acconciatura. Quella sarà la prova che cerco. Io non sono mai stato biondo, e la gente me lo farà notare.
Invece appena scengo le scale incontro il vicino di pianerottolo, anche lui trafelato intento ad andare in ufficio. Mi avvicino a lui sorridendo, aspettandomi da un momento all’altro una qualche battuta, perché oggettivamente biondo sono ridicolo. Lui mi guarda, poi alza una mano in segno di saluto. “Scusa vado di fretta Mario”, mi dice mentre si infila fuori dal portone. E non dice nulla. Non fa nemmeno un qualche tipo di espressione stupefatta. Esce e basta. Ma c’è di più. Raffaele, il vicino, anche lui non mi è parso proprio lui. Non so, forse è solo un’impressione, ma mi è sembrato più basso del solito.
Così anche io lo seguo fuori dal palazzo. Subito noto che ci sono degli alberi strani piantati sui marciapiedi. Alberi che non ero sicuro non ci fossero prima d’ora. Ma è quando giungo alla mia auto che inizio a spaventarmi. La mia macchina è grigia, grigio antracite, e invece oggi è di un colore azzurrognolo, non proprio celeste, quasi nottetempo un carrozziere si fosse divertito a ricolorarmi l’auto senza aver avuto il tempo necessario di finire l’opera. Compio un giro intorno al mezzo. Possibile non mi ricordi il colore della mia automobile?  L’ho scelta io, l’ho pagata io. Il tizio che me l’ha venduta mi ha mostrato un campionario, e io ho puntato il dito su un quadratino grigio scuro, quasi nero. “Voglio questo colore”, gli ho detto, e lui ha annuito senza commentare. Me lo ricordo come fosse ieri. Da dove è uscita fuori, dunque, questa livrea azzurrognola?
Durante il percorso verso la scuola dove insegno, nulla mi sembra come ricordavo fosse. Piccoli particolari è vero, ma che nel complesso formano un paesaggio alieno, distante, straniero. Quel monumento per esempio, non c’era posso giurarlo, fino a ieri. Non ha senso lo so. A chi può essere venuto in mente di costruire un obelisco in mezzo a una rotonda nel solo corso di una notte, un parco dove fino a ieri c’era un benzinaio, una farmacia al posto del solito bar dove tutti i giorni mi fermo a fare colazione. Nel mentre arrivo a destinazione, parcheggio nello spazio riservato ai professori e quasi non riconosco la scuola dove insegno da più di dieci anni. Fino a ieri era un palazzo antico, di quelli costruiti durante il fascismo, una struttura classica color ocra, con l’intonaco sbiadito dal sole e dall’incuria. Oggi stranamente è dipinta di un colore tendente al verde, la sua architettura non ha più nulla di classico. Sono sparite le colonne davanti al patio, dove i ragazzi alla mattina si assiepano prima dell’ora di entrata, e al  loro posto una grande porta di vetro, nuovissima. Entro con lo sguardo perso e i pensieri in subbuglio. La bidella mi saluta e non dice nulla a proposito della tinta dei miei capelli. Le chiedo: “Ma non nota niente di strano oggi?”. Lei scuote la testa quasi spaventata, mi domanda se mi sento bene. “I miei capelli sono sempre stati di questo colore?”, le domando. La bidella si appresta ad annuire con la stessa espressione di una che vuole assecondare un pazzo. Allora salgo le scale, che ieri erano in marmo e oggi sono ricoperte di linoleum color caffè. Entro nella mia classe, da dove ne ero sicuro attraverso le finestre potevo osservare il tetto di un grande centro commerciale, e dove ora invece il paesaggio è quello di un prato dove un signore porta a passeggio un cane. Prendo posto dietro la cattedra lanciando un’occhiata alla classe. Questi, posso giurarlo, non sono i miei alunni. Allora faccio l’appello ordinando a ognuno di alzarsi quando viene chiamato.
“Albini”, dico. Albini si alza. Solo ieri era un ragazzotto robusto, bassino, con i capelli cortissimi e il naso a patata. Quello che invece sta davanti a me, che mi guarda con la stessa faccia che ha fatto poco prima la bidella, è un ragazzo smilzo, con il naso aquilino e i capelli che gli arrivano fin sotto le orecchie. “Tu non sei Albini”, gli dico con voce tremante. Lui guarda gli altri, che ridono coprendosi la bocca con le mani. E anche lui mi prende in giro, sogghignando. “No professò, so mi sorella”, mi risponde sarcastico. Gli impongo di sedersi e continuo l’appello. Baldi, Brizzi, Catanzari, Chiatti. Nessuno ha l’aspetto che conosco.
Mi guardo una mano, come faccio sempre quando sono nervoso. Mi appare più piccola, tozza, le unghie consumate tipiche di chi usa mangiarsele. Non ho mai avuto questo vizio, penso. Le mie mani sono sempre state lunghe, affusolate, curate.
Qualcuno, dai banchi in fondo mi chiede se sto bene. Mi prendo la faccia tra le mani, agito il capo, nervoso. Poi mi alzo dalla sedia, chiudo sbattendo il registro. Nella classe all’improvviso torna il solito silenzio reverenziale.
“Aprite il libro a pagina sessantacinque”, intimo ai miei alunni.
Solo il frusciare della carta è rimasto come lo ricordavo.

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