Il giardino dentro il giardino con la statua dell’uccello dalle ali spiegate

di Roberto Albini

La Voce Grave che mi parla dentro la testa dice: “Hai fatto tardi, un’altra volta”. La Voce Acuta che mi parla dentro la testa risponde: “Non è una giornata splendida considerato che è novembre?”. Le scale, che dalla banchina conducono fuori della stazione, sbucano direttamente sulla strada. Alzo gli occhi al cielo. D’inverno il cielo mi è sempre sembrato più azzurro che d’estate, forse perché il sole non lo sbiadisce con i suoi raggi. Non fa per nulla freddo. L’aria è semplicemente fresca, e non ci prova nemmeno a gelare i nasi delle persone. Devo dar ragione alla Voce Acuta. Lei soddisfatta rincara la dose: “Sarebbe meglio passeggiare un po’ invece di rinchiudersi in un ufficio tutto il giorno a respirare il calore artificiale di una lampada al neon”. Annuisco, però la Voce Grave interviene prontamente: “Ma che dici? Devi andare a lavorare, te ne sei scordato?”. Forse sì, penso. Mi scordo tante cose. Le chiavi di casa, i compleanni delle persone, le facce della gente che ho amato. Non ci troverei niente di strano, in una mattina come questa, se mi dimenticassi il motivo per cui mi trovo in cima alle scale, all’uscita della stazione di una metropolitana, ad ansimare per lo sforzo. Voglio dire, potrebbe essere una possibilità come un’altra.
“Già”, continua la Voce Grave, “peccato che non sia vero, e che tu sai perfettamente dove stai andando e perché”. E questo basta a giustificare che io debba avere voglia di fare una cosa che non ho per niente voglia di fare? Non ne sono convinto. La Voce Acuta prende la palla al balzo: “Pensaci bene. In fondo non succede niente. Basta una scusa, una qualsiasi. Se manchi per un giorno non crolla il mondo”. Mi guardo intorno indeciso. Un’ambulanza passa squarciando l’aria con il suo sibilo stridulo. Auto incolonnate di fronte al semaforo suonano i loro strumenti stonati che infatti non generano allegria. Stormi di persone migratrici assecondano la propria fretta costringendosi ad un andare senza sguardi. In effetti, il mondo sembra già essere crollato. Se mi faccio maceria anch’io come tutto il resto, nessuno noterà la differenza.
La Voce Acuta indica la borsa dove dentro riposa placido un libro splendido le cui pagine ho dovuto lasciare con dispiacere quando sono arrivato alla mia fermata. “Potresti riprende da lì”, insinua, “quando il protagonista entra in quel giardino abbandonato, dove c’è la statua di un grande uccello dalle ali spiegate, e scoprire cosa succede dopo. Non ti attrae il mistero del finale di un libro ben scritto, rispetto a quello scontato di una giornata qualsiasi della tua vita?”. C’è da dire che la Voce Acuta usa degli argomenti veramente persuasivi. La Voce Grave scuote la testa intuendo la sconfitta, e non prova più a difendere la sua posizione.
Così, invece di proseguire, mi dirigo nella direzione opposta superando l’uscita della metropolitana per poi svoltare in una traversa fino a questo momento sconosciuta. Solo adesso mi rendo conto di non avere idea di cosa ci sia ai lati della strada che percorro quotidianamente per andare a lavorare. E’ sufficiente questa constatazione per impedirmi di provare un qualsiasi tipo di rimorso. Anzi, mi sembra la scelta più sensata che abbia fatto negli ultimi, diciamo, quarant’anni.
Una via larga e trafficata divide tra loro due lunghissime file di palazzi antichi che sembrano si guardino rassegnati. Mi soffermo ad ammirarne l’architettura, così lontana da quelle colate di cemento con finestre alle quali sono abituato. Mentre respiro questa adolescenziale, ritrovata, sensazione di libertà, ecco pararsi di fronte a me il cancello barocco dell’entrata di una villa. Roma è piena di ville di nobili decaduti che la città si è ripresa un po’ come Parigi ha preteso le teste dei ricchi dopo la rivoluzione. Però con la testa imparruccata di un borghese uno non ci fa niente in fondo, al contrario con un parco molte cose. Così decido di entrare trastullandomi con l’idea di sedermi su una panchina all’interno di un giardino a leggere la storia di una persona che entra dentro un giardino. E infatti la vedo, proprio a pochi metri da me. Una panchina di marmo sporco, dove qualcuno ha disegnato con lo spray rosso un pisello nella sua forma più elementare.
La punto sicuro, muovendomi lentamente però, proprio mentre sto per raggiungerla, sbuca da non so dove un gatto. Non un gatto normale, un gatto enorme. Grande come un cane di grossa taglia. La sua testa dalle dimensioni quasi umane, ciondola pesante al ritmo del suo passo tutto sommato felpato. E’ un gatto di quelli classici, senza razza, un po’ marrone con delle striature più chiare disseminate a caso sul suo vello. Agita blanda una coda lunga più o meno come una mia gamba, e mi osserva. Non sembra minaccioso, però non mi toglie lo sguardo da dosso. Mi fermo e lo guardo anche io. Il felino al principio mi si avvicina, poi prende a girarmi intorno, scrutandomi. Io continuo a non muovermi. Compie un paio di giri intorno a me, dopo rassicuratosi di chissà cosa, spinge prima il suo capoccione su un polpaccio e poi prende a strusciare tutto il corpo. Lo fa con delicatezza, ma la sua mole per un attimo mi fa perdere l’equilibrio. Sono indeciso. Forse dovrei accarezzarlo, però toccare le bestie mi fa impressione, odio la sensazione del pelo animale sulle mani. Allora gli sorrido.
La Voce Grave che mi parla dentro la testa dice: “Ecco lo sapevo. Adesso ti attacca, e con quelle zampe enormi ti stacca il collo”. La Voce Acuta che mi parla dentro la testa ribatte: “Se avesse voluto lo avrebbe già fatto. Ai suoi occhi sei solo un ospite che non aspettava”. Con cautela estraggo il libro dalla borsa e glielo mostro. Il gatto nemmeno ci bada. Gira le pupille a destra e a sinistra. Si contrae su se stesso fino a diventare un bozzolo di peli e muscoli. Dopo balza rapido dentro un rovo, sparendo all’improvviso.
Rimango un istante ad interrogarmi sulla natura di quello strano animale.
Poi vado a sedermi all’ombra della statua dell’uccello dalle ali spiegate.

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