Il prete buffo

di Roberto Albini

Nell’alzarmi per uscire, giro per abitudine lo sguardo verso la porta, ed è in quel momento che lo noto. Un prete.
Mi sono avvicinato troppo presto all’uscita, perché c’è poca gente, così che spendo i pochi secondi necessari al mezzo per fermarsi a osservarlo meglio. La cosa che mi colpisce subito è l’enorme discrasia tra il suo volto e il resto del corpo. E’ forse per colpa di questa asimmetria se all’improvviso mi ritrovo in uno di quei momenti che io definisco di “astrazione dal reale”. Per farti capire, questi stati percettivi sono qualcosa di assimilabile al deja vu, una specie di piccoli corti circuiti del cervello, o almeno così penso. Durante una di queste astrazioni, percepisco il reale come se lo vedessi per la prima volta. Una scena qualsiasi, una di quelle che osservo tutti i giorni da quando sono nato, per un breve lasso di tempo mi appare come una novità assoluta, come fossi un extraterrestre appena sbarcato sulla Terra. Non è necessario nessun evento eccezionale per scatenare un’astrazione dal reale. Una delle prime volte che mi successe di viverla, mi trovavo a tavola con la mia famiglia. Una sera qualsiasi, di un giorno qualsiasi. Eravamo seduti e in un breve istante di silenzio presi a guardarli come fosse la prima volta. Il volto di mio padre, l’espressione di mia madre, i gesti dei miei fratelli mi sembrarono qualcosa di assolutamente estraneo. Mi allontanai mentalmente dalla scena imitando lo stesso stato di quando si osserva un quadro, cioè da fuori, e i miei genitori mi parvero più vecchi, più stanchi, insomma diversi. Li vidi per quello che erano, non per quello che immaginavo fossero, non per quello che convenzionalmente il cervello mi trasmetteva. Per esempio, se io ti dico, ora, passami una penna, tu in verità non focalizzi la penna che stringi nelle mani, ma un’idea di penna, diciamo, astratta, e se io nascondessi subito dopo quella penna chiedendoti di descrivermela tu non saresti in grado di farlo. Eppure l’hai tenuta in mano fino a un secondo prima. Lo so, sembra banale, ma questo procedimento lo ripetiamo migliaia di volte al giorno. Guardiamo le cose ma in realtà ci limitiamo ad immaginarle, e non solo gli oggetti. Funziona così anche per le persone, comprese quelle vicine a noi, perfino noi stessi. Una volta l’ho sperimentato. Mi sono messo davanti allo specchio e mi sono guardato come se quello riflesso di fronte a me fosse un passante, un tizio mai visto, scoprendo che ciò che credevo io fossi, in realtà aveva poco a che fare con quello che in verità sono. “E’ così che gli altri mi vedono”, pensai con una punta di rammarico. Da quella volta evito di farlo, perché in fondo mi piace più la ricostruzione astratta che fa il cervello di me, piuttosto di ciò che sul serio sono.
Il prete, questo prete, non può avere più di cinquanta anni, portati benino. In testa ha una calvizie ampia che gli lascia solo una corona di capelli, tagliati corti, sulle tempie e la nuca. Indossa un paio di occhiali dalla montatura leggermente fuori moda, finto dorata, con le lenti rettangolari. Non saprei dire perché, ma la sua espressione mi ricorda quella di un impiegato delle poste. Nell’immagine astratta che ho di un impiegato delle poste, chiaro. Un po’ annoiata, flaccida, con le palpebre stanche alzate solo per tre quarti. Fissa un punto indefinito del vagone, come stesse aspettando la fine del turno per tornare a casa. In totale contrasto con la sua faccia da impiegato, indossa la tunica nera, o come si chiama. Forse gli va stretta perché gli fa risaltare la pancia pingue, e gli arriva appena sopra il malleolo, scoprendo un paio di calzini marrone, corti. Stretta al braccio tiene una giacca a vento, scura, che lega più con la sua faccia che con il resto. L’astrazione dal reale mi coglie nel momento in cui poso lo sguardo su quel giacchetto. D’un tratto esco fuori dal vagone, dalla stazione, mi allontano dalla parete dove è appesa questa scena, e mi ritrovo davanti a un signore vestito come uno scemo. E’ buffo. Sembra un padre di famiglia che ha deciso di mettersi la gonna, mio nonno con il kilt, il mio dottore con la cresta da punk. Non ha senso. E mi domando come può questo tizio andare in giro conciato così, senza vergognarsi, senza sentirsi ridicolo.
Così scoppio a ridere.
Mi tappo la bocca quasi subito, ma lui se n’è accorto, e ora mi osserva con l’aria di un impiegato delle poste a cui è capitato uno di quei soggetti strani al quale, per contratto, deve per forza dar retta. “Ecco un altro matto”, sembra stia pensando.
Poi si aprono le porte e rientro nel quadro.

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