Di caffè al vetro, cavie, dubbi e altri scherzi del cervello

di Roberto Albini

Non ricordo a cosa stavo pensando. Il cervello a volte si comporta come una di quelle massaie che passano le giornate a rassettare l’ordine, a spolverare il pulito e a lucidare lo splendido, solo perché incapaci di fermarsi. Ecco, il cervello è uno di quelli che anche se vuole non può stare fermo, gli è proibito. Allora riempie il tempo con tutto quello che trova, soprattutto cose inutili. Forse stavo pensando proprio a questo, ora che ci penso. A quanti sono i pensieri veramente utili che si sviluppano durante l’arco di una giornata. Si fa un gran parlare delle doti del cervello, di quanto è potente il cervello, di quante potenzialità del cervello non sfruttiamo, e poi alla fine scopro che in verità le nostre esigenze sono di uno, due al massimo, pensieri al giorno. Ma ben pensati. Invece, come sempre, si bada alla quantità piuttosto che alla qualità.  Siccome poi tutto ciò che compiamo lo facciamo in base ai soli bisogni che manifesta il cervello, ecco che mi accorgo come in fondo l’unica cosa che abbiamo saputo creare in tanti anni di onorata presenza su questa Terra sono solo giochetti per distrarre la materia grigia.
Poi scatta il rosso, e non ricordo a quali giochetti mi riferivo nel ragionamento. Anzi, non ricordo proprio più il ragionamento.
E sì perché con il rosso ci si ferma. Non so perché hanno scelto proprio il rosso e non il viola, ad esempio, che in alcune culture è il colore del lutto. Cioè, un concetto più affine ai rischi  che si correrebbero a non rispettarlo, in fondo. Va bene, il rosso è da sempre “pericolo”. E il giallo? Il giallo mi ricorda il saio dei monaci buddisti. Chissà, magari anche a quello che ha inventato i colori con cui pitturare le lampadine dei semafori, così che avrà associato il buddismo alla tranquillità, e da lì… Il verde è il più curioso. Io personalmente, per esempio, per un segnale di via avrei pensato al celeste. Il verde fa pensare alla natura, un bosco, un prato, insomma una cosa chiusa, circoscritta. L’azzurro invece rammenta il cielo, infinito, o il mare anche lui smisurato. Solo a immaginarselo l’azzurro fa venire voglia di respirare. Ma evidentemente solo a me, perché l’inventore dei colori per i semafori ha preferito il verde. Una scelta sicuramente opinabile. Fatto sta che fin da bambini la prima cosa che ci insegnano è: con il verde puoi, ma con il rosso si sta immobili, sul marciapiedi, con la manina agganciata a quella di mamma. E, infatti, anche ora che sono un pedone adulto, vedo il rosso e mi fermo. Sul marciapiede. Accanto ad altra gente che ha ricevuto lo stesso indottrinamento che ho subito io.
Nell’attesa mi guardo intorno. Il cervello non sopporta la noia. Il bar all’angolo si chiama “Il Pero”. Non c’è un albero lì intorno. Dalla vetrina osservo i ragazzi da dietro il bancone agitarsi per cercare di non scontentare nessuno, ma tanto nei bar c’è sempre qualcuno scontento. Uno che per chiedere un caffè sventaglia sedici diverse direttive. Nemmeno avesse chiesto una razione di uranio impoverito. Al vetro, schiumato, corto, con un goccio di latte. Freddo non caldo, mi raccomando. Che io ogni volta che incontro uno di questi lo osservo per capire che aspetto abbia uno che per bere un caffè ha dovuto elaborare una formula chimica. Me lo immagino impegnato nel regolare altre faccende. Voglio una donna. Alta, ma non altissima, simpatica ma che sappia stare zitta al momento giusto, non vergine, ma nemmeno puttana. Me lo immagino dentro casa la sera, mentre curvo su una scrivania stila protocolli per qualsiasi cosa. Le camicie: di lino, tinta unita, al massimo a righine, ma no più di due colori. Pastello. Le vacanze: in un posto caldo ma non umido, al mare ma non troppo distante dalla montagna, possibilmente in un posto frequentato da gente con le camicie a righine pastello. E’ che il cervello se gli dai retta non dà tregua, continua a farti fare giri su se stesso mentre il tempo passa e ti ritrovi a non aver pensato nemmeno un pensiero decente in tutta la vita.
Intanto il semaforo ancora non ha acceso quell’orribile luce verde.  Intorno a me ora, in fila lungo il margine bianco del marciapiede, ci sono un bel po’ di persone. Tutte fisse con il naso rivolto al semaforo e il cervello impegnato in qualche sua immaginaria incombenza. Fanno così anche alle cavie, penso. Sì, si vede benissimo nei documentari. Questi topini stretti in un labirinto in cerca del pezzo di formaggio. Poi si accende il verde, si apre lo sportellino, una, due, tre volte. E il piccolo ratto capisce che “verde, si mangia”. Non è poi tanto differente da “verde, si passa”, da “le venti, si mangia”, o da “I-phone, yeahh!”. Allora mi chiedo se il cervello sia così limitato da non saper far altro che riprodurre la sua logica. Per chi possiede logica chiaro, per gli altri c’è solo caos. Come per quelli che fanno i figli e poi li parcheggiano un po’ qui un po’ là, che quando ce li hanno tra i piedi gli accendono la TV. C’è gente che il semaforo ce l’ha in testa: gli si accendono delle lucine e loro ubbidiscono.
Dopo un quarto d’ora, tra gli alacri frequentatori del marciapiede serpeggia il dubbio che forse il semaforo si è rotto. Ma nessuno fa un passo. Si rimane con lo sguardo fisso sulla lampadina verde che non vuole saperne di brillare. Cosa si fa in questi casi? Il cervello dice la sua, come sempre. Passa, che ti frega. Troppo corto, il cervello ha tempo da perdere. E già, e se poi m’investono? Il dubbio in genere, ha lo scopo di fornire il punto d’inizio per una discussione interna. Una cosa che il cervello adora. Non vedi che non c’è nemmeno un’auto? Non è vero, ma la realtà la costruisce il cervello, e quindi qualsiasi sua opinione, anche sbagliata, per noi sarà vera. E’ vero, però perché nessuno attraversa? Il gioco è fatto. Perché sono tutte pecore, io però sono diverso. Sono diverso. Perché ci interessa tanto esseri diversi? Quante combinazioni possibili di caratteri ci sono affinché non possa ripetersi per due o più volte la stessa personalità, con sette miliardi di esseri umani che abitano il pianeta? Perché al contrario non essere uguali, non nell’acconciatura che è nulla, ma nelle prospettive o nell’immagine di un futuro condivisibile, per esempio.
Per esempio.
Per esempio cosa?
Non ricordo a cosa stavo pensando.
Ma è verde.
Col verde si attraversa.
Chissà mai, poi, perché proprio con il verde.

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