La Vergine della Pontina

di Roberto Albini

Il Giudizio Universale non avvenne per niente come si era stabilito. Niente angeli con la tromba, niente Cavalieri dell’Apocalisse, nessuna bestia dal mare, né falci, né demoni. Certo è difficile che il film riesca a essere fedele al libro da cui è tratto, ma così pareva che nemmeno ci avessero provato. A una certa ora della sera, dopo cena, tutti udirono chiaramente una voce grave rimbombare tra i palazzi, ma qualcuno la scambiò per un allarme, altri per un tuono. I pochi che udirono parlare, raccontarono che quelle parole erano pronunciate in un idioma incomprensibile e per questo non le capirono. Dopo pochi minuti, una grande luce, come in certi documentari su Nagasaki, e tutto finì in un istante. Senza poesia, né cerimonie.
La Vergine attese un poco prima di scendere sulla Terra. Si guardò intorno cercando di orientarsi in mezzo al nulla, poi iniziò a passeggiare verso una direzione precisa fermandosi poco dopo ad osservare un pezzo di suolo che smosse con un piede. Doveva essere proprio quello il punto esatto dove era apparsa quella mattina. Certo, non c’era più nulla di uguale a quello che aveva visto appena poche ore prima, ma era sicura che doveva essere proprio in quel rettangolo di terra che si era materializzata. Com’era cambiato il paesaggio. Se fosse stato così tranquillo anche prima, forse avrebbe potuto avvertire l’umanità, dirgli come fermare il Giudizio, perché in cuor suo lo voleva e ci aveva provato. E invece…
Invece la Vergine appare alle diciotto in punto, al lato di una Statale, la 144, la Pontina. A quell’ora migliaia di impiegati, dopo aver passato le loro otte ore nella capitale, tornano verso sud, dove le case costano solo i sei mesi di vita in meno all’anno per andare e tornare e tutto quello che ti puoi permettere in benzina. Un esercito sconfitto attraversa le nostre città quotidianamente, muto alla rassegnazione, sono i pendolari. Gente abituata ad alzarsi alle cinque di mattina, a conoscere quattro percorsi alternativi per giungere al posto di lavoro. Persone che lesinano i tre minuti di una chiacchierata a fine orario, perché sanno che ogni secondo rubato al traffico è una possibilità, la speranza di eludere per una volta il grande ingorgo dell’ora di punta. I pendolari sono pericolosi, non hanno nulla da perdere loro, sono abituati a tutto. Tu gli dici che il treno ha tardato venti minuti, e loro ti ridono in faccia. Tu gli parli dei problemi della metropolitana, e loro ti invidiano. I pendolari con il tempo diventano macchine, come quelle che guidano, programmati per tornare, senza pietà.
La Vergine si materializza appena al lato della carreggiata d’emergenza, dove inizia un prato d’erbacce e resti di pneumatici squartati. Un bagliore azzurro per un attimo illumina i cespugli, ma i pendolari sono abituati ai flash dell’autovelox, e non ci badano visto che procedono a passo d’uomo. La Vergine rimane per qualche tempo immobile, con le braccia e lo sguardo verso il cielo, si aspetta di essere notata, come al solito. Pensa che forse avrebbe dovuto portarsi pure qualche angelo con la tromba, e se la prende con la fretta.
Allora abbassa le braccia, e inizia a sporgersi avvicinandosi alla strada. E’ sera, e a causa della scarsa, per non dire inesistente, illuminazione stradale, le uniche fonti di luce sono i fari che in quella oscurità abbagliano più che altro. La Vergine è costretta a mettersi una mano sopra gli occhi, per poter distinguere bene la scena. Capisce che è circondata da tante persone ma non riesce ad attirare la loro attenzione. Agita una mano all’aria, poi anche l’altra ma è tutto inutile. La Vergine da un’occhiata in giro, un poco sconsolata, si aggiusta la tunica stirando con un palmo le parti più stropicciate. I pendolari, tutti in rigorosa fila, hanno gli sguardi persi lontano al di là del parabrezza, trasportati da una canzone che gli ricorda qualcosa, un commento sulla prestazione della propria squadra, una moglie in fase premestruale al telefono o una discussione sull’economia.
La Vergine rivolge di nuovo lo sguardo al cielo, sta pensando di andare via. E’ stata una sciocca a pensare di poter cambiare l’ordine delle cose stabilito da Dio. Capisce che per l’umanità non c’è più nulla da fare, se non pregare. Apre le braccia di scatto e subito un bagliore soave le illumina la figura. Ma proprio quando quella luce stava per portarla via, la Vergine nota che dall’altra parte della statale c’è un uomo a piedi, anche lui al di là del guardrail, che cammina nella direzione contraria a quella dei veicoli. Allora non tutto è perduto, pensa.
Inizia a sbracciarsi, a fischiare, e ci mette davvero tanta energia perché alla fine quello sconosciuto la nota, si gira verso di lei e la osserva incuriosito. La Vergine giunge subito le mani in segno di preghiera, volge lo sguardo verso il Signore, e inizia a rivelare il segreto che salverà l’umanità dal Giudizio Universale. Quando finisce, torna di nuovo ad interrogare con gli occhi il vagabondo, che si appresta a negare con il dito all’aria, poi si indica l’orecchio tentando di spiegarle che non ha sentito nulla. La Vergine sbuffa, ma poi si riporta le mani in petto e ripete di nuovo il messaggio alzando però il tono della voce, anzi quasi urlando. Tra l’uomo e la verità c’è un ingorgo.
Il tizio questa volta sventola tutti e due gli indici, e fa per salutare, ma la Vergine gli intima di fermarsi. Si concentra fissando il prato per pochi secondi, poi alza un braccio con cui gli segnala il numero uno, la prima parola del mistero. L’uomo annuisce da lontano. Allora la Vergine inizia a dipingere una specie di  cerchio nell’aria e sopra di lui un’altra figura, forse geometrica, ma che comunque lo sconosciuto non capisce. Gli rotola un dito davanti, come per dire “rifallo”, e lei riesegue il disegno immaginato. Arricchisce anche la spiegazione producendosi in strani versi, uno dei quali con le guance gonfie a mimare un’esplosione. Ma quello proprio non riesce a capirla.
L’uomo guarda l’orologio, poi sorride alla Vergine e si allontana facendo ciao con la mano. La Vergine è rimasta sola. Scuote la testa.
Poi il bagliore.

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