La Pasqua liberata

di Roberto Albini

Abbacchio, io non ce l’ho con te, giuro. Tu mi sei arrivato sul piatto già così, a pezzi, cotto ma non troppo, ma credimi: non è per colpa mia se sei finito arrostito. A me non piaci. Avrei i mezzi per spiegarti perché qualcuno ti ha strappato dalla tetta di tua madre per farti diventare piatto tipico di una festa, anzi quest’anno addirittura due contemporaneamente e delle quali nemmeno una ti appartiene. Ma non la so neanche io la risposta a questa domanda.
Allora m’è venuta la curiosità e l’ho chiesto a zio Antonio. Zio Antonio è un uomo devoto. Prima di iniziare ci ha chiesto se qualcuno voleva pregare, ma gli altri stavano già con i bicchieri alzati a brindare. Allora poverino si è seduto, e ha pregato da solo. Per l’imbarazzo ho fatto finta di brindare anch’io, anche se non ho capito a cosa. Forse all’abbacchio, ma l’abbacchio che ne sa di cosa è un brindisi e poi, soprattutto, l’abbacchio è morto. Non credo abbia nulla da festeggiare, lui.
Ho osservato zio aspettando pazientemente finisse di masticare le melanzane sott’olio che ha preparato zia Graziella e che le fa tanto buone, poi l’ho chiamato. “Zio”, gli faccio, “zio scusa, ma perché a Pasqua si mangia l’abbacchio?”. Lui si è asciugato il mento barbuto dall’olio che gli colava dalla bocca, ha emesso un rutto strozzandolo nella salvietta. “Lo ha detto dio. Dio ha detto che a Pasqua si mangia l’abbacchio e a Natale il panettone”. Non mi ha convinto questa risposta, e lui deve essersene accorto perché si è sbrigato ad aggiungere: “Cioè, non lui direttamente chiaro, ma un profeta. Coso… Quello famoso che ci hanno fatto pure un film”, poi si è girato verso mio cugino, Paolo, cercando in lui un alleato fedele che gli confermasse la sua tesi. Paolo non lo stava sentendo e aveva la bocca piena di panzanella, per cui ha solo annuito. Ma a zio Antonio questo è bastato, e mi ha fatto un gesto come per dire “hai visto?, ho ragione”.
Va bene abbacchio, oggi ho capito che non sapremo mai perché vieni mangiato a Pasqua, ma in fondo a te che importa? Tanto sei morto. Ma non ce l’ho fatta a mangiarti. Che tanto a me non piaci, e quindi ho preferito il pollo arrosto. Chissà cosa ne pensa dio se mangio pollo al posto dell’abbacchio. Stavo per domandarlo a zio Antonio, ma all’improvviso si è alzato in piedi zio Romolo: “Non ci scordiamo che oggi è anche il giorno della Liberazione!”, ha dichiarato ponendosi una mano sul cuore intonando “Bella Ciao”. Qualcuno ha provato a cantare insieme a lui, riuscendo peraltro solo a sputacchiare qualche pezzo di cibo sul tavolo, poi mia madre li ha interrotti: “E no! Oggi la politica per favore no! È Pasqua!”. Che io ho pure pensato “Ma questa mica è politica, è una festa. Una festa come la Pasqua”. Cioè non è che io quando zio Antonio voleva pregare ho detto “Ah no! Oggi la religione no, per cortesia, che è la festa della Liberazione”. Ma poi sai, caro abbacchio, dopo un po’ ti passa la voglia di fissarti in ogni paradosso che sei costretto a mandare giù, ed è per questo che alla fine si finisce per essere un po’ come te, che muori e non sai nemmeno per quale motivo.
Ma zio Romolo ha insistito: “Cioè, tu lo sai che per la Liberazione c’è gente che è morta? Proprio qui, ad Anzio, io me le ricordo le bombe e i campi minati… E se adesso tu stai qui a mangiarti l’abbacchio è grazie ai partigiani e ai comunisti italiani come diceva coso… Quello famoso, bassino…”. Ma chi, ho pensato, il profeta? Il profeta stava con i partigiani? Ma allora stanno tutti d’accordo, è un complotto abbacchio, un complotto che mira a far estinguere le pecore!
A quel punto è intervenuto zio Sergio: “Ma quali partigiani! Sai chi l’ha bonificata questa zona? Mussolini, i fascisti! Qui prima di Mussolini era tutta una grande palude! Altro che partigiani!”. Io sono stato zitto, ma in fin dei conti, per quello che ho visto, erano meglio le paludi di questi peselli grigi che hanno costruito al loro posto. Ma sai, abbacchio, uno con il tempo smette di voler per forza puntualizzare tutte le cose senza senso che è costretto ad ascoltare quotidianamente, e finisce come te, che partecipi a questo banchetto a cui sei stato invitato in qualità di vittima.
“E poi questi partigiani si sono comportati da assassini proprio come i fascisti e i tedeschi. Lo ha detto pure coso… Alla televisione, ieri… Coso…”, ha continuato zio Sergio. “Coso” è il personaggio storico più famoso d’Italia. A “Coso” dovrebbero fargli una statua in ogni città, altro che Garibaldi. A zio Romolo questa arringa non è piaciuta. “Ancora c’è chi difende il fascismo? Ma se nemmeno i fascisti difendono più il fascismo! Sai che c’è? È che tu di storia non ne sai nulla, reciti solo la lezione a memoria. Io invece… Mi sono documentato io! Hai mai letto Menoglio per esempio?”. Zio era Fenoglio, ma lasciamo stare. “Vedi? Se avessi letto Menoglio avresti saputo chi erano veramente i partigiani, altro che revisionismo…”. Zio Antonio si è versato un po’ di vino rosso, lo ha bevuto e si è asciugato la bocca con una manica. “Guardate che comunismo e fascismo non sono nulla se confrontata alla potenza di dio. Senza dio niente uomini, e senza uomini niente politica. È scritto pure sul vangelo di Giovanni…”, ha dichiarato sicuro che tanto il vangelo di Giovanni non l’ha mai letto nessuno di noi.
Zio Romolo era già pronto a controbattere, ma in quel momento è entrata zia Marisa, con la torta pasquale. A zio Romolo è tornato il sorriso e al posto di rispondere a zio Antonio, si è limitato a domandare se nella torta c’erano pure i pezzetti di salsiccia che a lui piacciono tanto. Zio Antonio invece si è premurato di procurarsi un poco di cioccolata per accompagnare, e zio Sergio si è sbrigato a fare la scarpetta per paura che gli portassero via il piatto prima che lui avesse provveduto alla sua lucidatura.
Ecco, vedi abbacchio, qui nessuno ce l’ha con te. Chiamala sfortuna se vuoi. Poteva essere un animale qualsiasi a ritrovarsi a sua insaputa piatto tipico di qualche festa, e invece è toccato alla tua razza. Guarda me per esempio: potevo nascere in un continente qualsiasi, una nazione africana, perché no? Uno di quei Paesi che tutti i giorni esporta scorie umane che, proprio come quelle nucleari, nessuno vuole a casa propria. Sarei arrivato qui a bordo di una barcaccia buona solo a comprovare quanto è difficile morire, morire per un futuro che di certo ha solo il fatto che non può essere peggiore del presente. Avrei sognato di arrivare in Italia, in un giorno di festa, di bere vino insieme ai miei cari mentre assaggiavo un bel pezzo caldo di abbacchio, per scoprire poi che a me l’abbacchio non piace.
Perché il bicchiere bisogna sempre sforzarsi di vederlo mezzo pieno caro abbacchio, e non farci caso se oggi io ritorno a casa vivo e tu no.

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