Le idi d’ottobre

di Roberto Albini

Una ragazza con le tette grandi e traballanti mi passa accanto superandomi. Per un po’ la seguo con lo sguardo, poi torno a osservare la strada. E’ quella perfetta, quella che cercavo. Un ampio viale dove le radici degli olmi sfregiano l’asfalto in cerca del cielo. Davanti a me le strisce pedonali scolorite si rincorrono per raggiungere il marciapiedi dall’altra parte. Nessun semaforo a regolare il transito si esseri umani da queste parti. La perfetta riuscita dell’attraversamento è stata affidata alla sorte, ai riflessi degli automobilisti, alla capacità dei pedoni di toreare con le macchine, all’abilità di ognuno di calcolare distanze e tempi di reazione. Una matassa di dati variabili dove anche un solo errore può divenire fatale. E spesso lo è. Finirò tra le statistiche del comune di Roma, promessa elettorale di riforma della viabilità, puntino nel progetto di riqualificazione di un quartiere. Agli ingegneri svedesi il compito di riorganizzare il caos, a me la possibilità di cambiare vita.

Le bollette sparse sul tavolo della cucina. Un sole autunnale, svogliato, stanco, che disegna su un taccuino l’ombra della tua figura china, mentre calcoli la somma che indica il prezzo di quanto ci costa essere vivi. I ricci scapigliati, il volto struccato, le occhiaie che raccontano tutti i sogni che non ci siamo potuti permettere. Non era così che avevo progettato la tua vita amore. Non doveva essere una lista di mancanze, e al posto di quei fogli prestampati doveva esserci un bambino che sputava minestrina. Non ho il coraggio di chiederti come stai. Entro accarezzandoti la testa cercando di inviarti con quel gesto tutto il calore che le mie parole non riescono più a trasmetterti. E a trasmettermi. Ho paura di essere stato la tua rovina, il passo falso futuro rimpianto della tua vecchiaia. Chissà se ti ricordi ancora di quando mano per la mano ci baciavamo e ridevamo dei nomi improbabili che avremo dato ai nostri cinque figli mai nati, che mai nasceranno. Chissà se ancora ti basta quel ricordo di noi, incorniciato come la foto di un’altra epoca, quando ancora non eravamo ingialliti insieme alle nostre prospettive. Sapermi incapace di darti sicurezze mi leva il fiato e rende sterili i miei tentativi di provare ancora a compiere scelte.

Non c’è molto traffico. Meglio: non rischio di andare oltre il mio dovere. Forse dovrei scegliere con cura l’automobilista che mi fornirà il biglietto per la nuova vita. O forse dovrei pensare che sarò per lui il pennello che colorerà un’altra stupida giornata. La sveglia la mattina alle sette, il collutorio che frizza tra le gengive, poi una serie di “sì”, di “no”, di sorrisi di circostanza. Senza dossi, né pianure. Solo salite infinite a mettere alla prova, di nuovo, la capacità di curvarsi della schiena. Poi un imprevisto, un’emozione mai provata. L’impatto con il mio corpo, la paura di aver commesso qualcosa di irreparabile, serate a raccontare che sono sbucato all’improvviso, che forse ero un drogato e che la mia generazione è solo capace di raccontarsi con un grande “bho”. Tornare a casa e al posto del solito saluto un più glorioso “non sai cosa mi è successo”, l’espressione di stupore negli occhi della moglie. Non se lo ricordava più nemmeno lui la forma degli occhi sgranati su quel visetto da topo che è costretto a baciare almeno due volte al giorno. Un’onda la trascina dove non riesce a toccare, e poi di nuovo la sabbia umida sotto i piedi appena gli annuncia che “non si è fatto quasi niente, sta bene”. Come se stare bene dipendesse solo dall’integrità di un corpo.

L’agente dell’assicurazione si aggiusta gli occhialetti dalla montatura superfina, supercostosa facendola arrampicare sopra il naso adunco, piccolo, rattrappito in mezzo ad uno sguardo che le lenti spesse gli trascinano lontano. Sorride mentre mi indica dove devo firmare. Con un dito si toglie una goccia di sudore dalla guancia e lascia cadere un “lei non sa cosa mi capita di sentire signore”. Io annuisco mentre cerco la “x” sul foglio. “Con i tempi che corrono c’è gente che si taglia le dita con un coltello per il pane, sa?”. Aspetta una mia reazione, che non gli concedo solo perché non è tra le clausole del contratto. “Ma tanto li scopriamo subito. Un taglio provocato è riconoscibile anche da un profano. E pure quelli che si martellano le rotule: quel tipo di frattura non ha niente a che vedere con una da caduta accidentale. Il martello polverizza le ossa, rendendo irrecuperabile la gamba”. Gli riconsegno il foglio imbellettato con il mio nome scritto a penna, e lo scruto sfidando la sua capacità di spaventarmi. “A quel punto, non solo la nostra assicurazione non paga nemmeno una lira ma deve, per legge, procedere a una denuncia per truffa. E’ incredibile la capacità che ha certa gente di complicarsi la vita non trova?”. Stupido impiegato, penso. Non sai con chi hai a che fare. Non farò passare nemmeno due settimane prima di tornare qui a intascare l’assegno, e nessun medico potrà stabilire se le mie ossa si saranno spaccate per volontà mia o per colpa del destino. Gli stringo la mano che lui lascia afflosciare dentro la mia. Fotografo quella scena e la nascondo in una tasca dei jeans. Rideremo amore mio della sicurezza di questa jena incravattata, rideremo lontano dalla sua scrivania, immaginandosi i suoi occhietti spenti. Abbraccerò prima te e poi nostro figlio che riderà anche lui senza capire, in un appartamento nostro, nuovo, che odorerà di vernice fresca e cacca di bambino.

Passa un autobus tremolante come le tette di quella ragazza di prima, affollato di carne viva, sudata, stremata. Morrissey, cantandomi dentro le orecchie, mi ricorda che the world is full of crashing bores. Sono in uno di quei momenti nella vita di ognuno che assomiglia all’istante prima di tuffarsi in mare, un giorno caldo di agosto. L’impatto con l’acqua fredda spaventa lo scroto, fomentando l’indecisione di far diventare quel bagno una lunga gara di resistenza ai morsi del gelo, o tuffarsi di getto per ridurre la durata di quella paura. Mi stringo di più al tronco dell’olmo che mi ha adottato in questo spicchio di ottobre. Poi faccio un passo avanti. In lontananza un’auto rossa si avvicina speditamente alle strisce pedonali, palco della mia rappresentazione, involontaria attrice non protagonista. In un attimo decido che questo è il momento. Serro gli occhi come prima di una puntura. Respiro profondamente. This world is full, oh / So full of crashing bores /And I must be one / ‘Cause no one ever turns to me to say / “Take me in your arms / Take me in your arms and love me”. Mi catapulto sulla strada come mi stessi dirigendo distratto frettolosamente da qualche parte. Questo devono capire i testimoni. Sono in anticipo, l’auto è ancora troppo lontana, allora mi fermo e mi giro verso di lei. Dentro c’è una donna. Sui sedili posteriori c’è un seggiolone con un bambino che indica fuori qualcosa che lo incuriosisce. Lei si volta un istante senza rallentare. Accelero. L’impatto è violento, più doloroso di quello che mi aspettavo. Il cielo mi gira intorno. Con la coda dell’occhio osservo un dente che prova a raggiungere la luna. Mentre cado sorrido e non bado al calore tiepido e viscoso che mi bagna la maglietta. Morrissey smette di cantare. Un fazzoletto di carta usato lambisce la mia faccia. Sono atterrato, ce l’ho fatta. Amore mio siamo liberi.
Il cellulare suona. Il primo squillo lo avverto direttamente dentro il cervello. Il secondo arriva da lontano. Il terzo è un sussurro. Poi smette all’improvviso. All’improvviso smette tutto.

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