Questa storia non vale tre euro

di Roberto Albini

Ci sono poche cose che attirano la mia curiosità come le bancarelle di libri. Le librerie sono posti noiosi, frequentate da gente spocchiosa che consuma la propria buona azione quotidiana rispetto al presunto dovere di leggere qualcosa, come gli hanno insegnato a scuola. I libri sono ordinati in file composte, esposti come nei supermercati secondo l’ordine di scadenza. Prima quelli che devono essere venduti perché l’editore paga di più, secondi quelli di persone famose, fossero anche calciatori, presentatori o prestigiatori. Poi quelli in offerta, al pari della verdura al mercato rionale poco prima dell’orario di chiusura. In quei posti regna una calma imposta, tesa a classificare i libri come merce, e i lettori non sono trattati come gente ma da consumatori.
Nelle bancarelle, invece, è tutta un’altra musica.
I libri sono ammassati uno sopra l’altro, in ordine sparso, seguendo la logica naturale del caos, la stessa che genera i pensieri. Forse è per questa ragione che mi sento tanto a mio agio. “Etica eudemia” accanto a “Mille ricette di pasta”; “Il maestro e Margherita” incastrato in malo modo dentro “Scopriamo i dinosauri”. Il venditore, seduto dentro un camioncino scassato, getta di tanto in tanto un’occhiata distratta, non per controllare i furti piuttosto per distrarsi dalla noia. Quasi sempre è straniero, con la pelle scura. Magari, lui, non sa nemmeno leggere l’italiano. Anzi, forse non sa proprio leggere, ma sa dire: “tre euro” e “grazie”, tanto gli basta, gli hanno detto, per integrarsi. Io mi avvicino come un bambino dentro un negozio di giocattoli. Inizio a sfogliare prima quelli con le copertine più belle, credo per deformazione professionale. Ne saggio la carta, ne studio l’allestimento, poi quasi sempre li scarto. Di solito quelli dalle copertine sgargianti sono i più moderni, quindi più inutili, del tipo che si intitolano “Calcetto, amore e bugie”, per farti capire che non ce la fanno a insegnarti molto di più di ciò che già sai. Li apro a caso e ne leggo la sinopsi sulle bandelle. Da come l’editore ha riassunto il libro, si capiscono molte cose. Mi fanno ridere quelli che riportano stralci di recensioni apparse sui quotidiani, come a volerti far pensare che c’è qualcuno più intelligente di te che l’ha letto e l’ha trovato piacevole. Un po’ come se al ristorante invece del menù si pagasse una persona per masticarti davanti soddisfatto e tu dovessi scegliere il piatto a seconda delle sue espressioni. Se poi il quotidiano in questione è qualcosa del genere “New York Post”, allora li tiro come fossero oggetti incandescenti, che la stupidaggine statunitense è contagiosa.
Non disdegno i libri di ricette. Nascondono uno dei misteri insondabili dell’universo: perché a me le pietanze non escono mai come le vedo nelle foto? Però mi piace uguale sfogliarli a caso, leggere i nomi che si inventano per le ricette ammirandone la fantasia; scrutarne gli ingredienti e la preparazione; pensare: “questa è facile”, e sognare di poter arrivare un giorno a dare la stessa forma che vedo nell’illustrazione ad un risotto. E’ come un messaggio biblico: la perfezione esiste, si tratta solo di cogliere la giusta inquadratura.
I libri di bambini li osservo con molta attenzione. Indicano come stiamo raccontando il mondo a chi ci succederà. Di solito sono sempre le stesse favole di sempre però con nomi più attualizzati: “La bella addormentata” può diventare “La principessa dormiente”, in cui la protagonista viene ritratta come una specie di Pamela Anderson vestita come Electra, e il principe non è più azzurro, né ha il mantello, però brandisce una spada sei volta più lunga di lui verso un cielo carico di nubi. Gli orchi hanno smesso di spaventare, e se ne vanno a spasso con dei bambini vestiti da scemi. Che si abituino, questi mocciosi, futuri mocciosi invecchiati, a convivere con l’orrore quotidiano, che ne diventino amici e che non sognino mai più di sconfiggere i mostri.
Alla fine giungo a quello che per me è la ciliegina della torta, i classici. Un classico è facile da riconoscere: è il libro con la copertina bege, grigio o verdino spento. Il titolo è scritto piccolo in cima, l’autore ancor più piccino in un carattere bastoni, e in mezzo l’ingrandimento del particolare di un quadro famoso, che però non si capisce mai qual è. Gli editori hanno tutti nomi che inneggiano all’avvenire, “Nova Edizioni”, “Editrice Futura”, o di personaggi mitologici “Minerva”, “Produzioni Letterarie Giano”. A volte penso che Svevo sia uno dei pochi scrittori italiani che non ha dovuto pagare per farsi pubblicare. E’ morto da più di cinquant’anni, gli sono decaduti i termini per pretendere i diritti. Lui non lo sa, ma adesso, solo adesso è divenuto un vero scrittore. Quando leggi il riassunto in quarta di copertina, quelle poche righe già di per sé sono un libro. La biografia dell’autore poco più in basso loda l’inumana produzione dello scrittore. “Prolifico” è l’aggettivo che usano per condensarne la carriera, assimilando il suo lavoro a quello di una madre che genera, mentre nell’attualità, per indicare lo stesso dato, scrivono “produzione letteraria”, come se descrivessero una fabbrica di automobili. Poi arriva il momento di aprire una pagina a caso, leggere uno stralcio del racconto, e di scoprire stupefatto che io non so scrivere in italiano, che conosco poco più di cento parole, e che esistono termini della mia lingua capaci, come una lama ben affilata, di sezionare uno stato d’animo o una situazione cogliendone una sfumatura alla quale, fino a quel momento, non sarei stato in grado di dare una definizione. Parole che abbiamo sacrificato all’esigenza di parlare senza indicare, a vantaggio della velocità e della ricerca spasmodica della comprensione universale. Qualcuno ha pensato che la cultura debba per forza essere massa e, invece di elevare la massa, la cultura si è abbassata al suo livello, iniziando a fare le boccacce al pupo al posto di insegnargli a dire papà.
Allora scelgo il libro che mi spaventa di più, possibilmente di qualcuno di cui non ho mai sentito parlare e il cui cognome non sia stato citato nemmeno da una di quelle persone che non sanno aprir bocca senza chiederti se hai letto l’ultimo imperdibile sconosciuto alla moda. Non sempre ci azzecco, anzi, la maggior parte di quei romanzi non sono passati alla storia perché non se lo meritano. Ma ho investito tre euro, ho tentato la sorte, come molti spendono la stessa cifra ai Gratta e Vinci, con gli stessi miei risultati. E in più non è una sconfitta totale, perché da quel momento so con precisione che qualcosa non mi piace, alleviando un poco di più l’imbarazzo della risposta alla domanda “cosa mi piace?”.
Quando mi trovo di fronte ad una bancarella di libri, capisco che è quello il posto dove prima o poi finiscono tutte le storie di questo mondo. Vendute a pochi soldi ad avventori casuali, lettori della metropolitana, come me, che leggo mentre viaggio solo per non essere costretto ad osservare il paesaggio.

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