A proposito delle mie carie

di Roberto Albini

Quando mi strapparono via il primo dente, avevo poco più di ventisette anni. Il dentista, me lo ricordo bene, era un personaggio dalla battuta sciocca, al quale puzzava il fiato come avesse mal digerito un topo di fogna morto da parecchio tempo. Questo mi avrebbe dovuto far per lo meno sospettare qualcosa riguardo al suo senso critico, e invece andavo ai suoi appuntamenti con la disperazione di chi vuol solo togliersi una pena provando a scacciarla con un dolore minore. Ero giovane, convivevo con una ragazza che di lì a poco avrebbe fatto la stessa fine del mio premolare, ma quell’amore, a quei tempi, non mi faceva sufficientemente male per farmi capire che era cariato. Il dottore invece era uno di quelli che scuotono la testa, di quel tipo che parlano della tua bocca come fosse da lei che dipendono le sorti della tua esistenza. Iniziò con l’estrarmi un dente, poi un altro e un altro ancora, dopo per fortuna giunse l’estate e io con la scusa che dovevo partire fermai quella strage di innocenti. Non mi augurò buone vacanze, in compenso mi ammonì che avrei sofferto le pene dell’inferno a causa dell’ultima sua vittima che incoscientemente avevo lasciato in vita. Quel dente sopravvisse stoico altri tre anni, come la Terra rispetto alle previsioni maya.
Il quarto dente me lo portò via un dentista che arrestarono poco dopo perché non era un dentista. Storie brutte, storie di poveri che cercano il meglio quando sanno benissimo che a loro il meglio è proibito. Era evidentemente gay, ma almeno non gli puzzava il fiato. Mentre teneva le sue mani da ragazzo sfuggito a un destino da panettiere tra le mie gengive, mi raccontava che suonava la batteria in un gruppo di amici, ignorando volutamente che io non glielo avevo chiesto. Imparai in quel periodo a sorridere con soli ventotto denti, anche se con l’esperienza riuscii a far anche di meglio. Alla gente sembrava bastasse.
Il quinto e il sesto dente se ne andarono da soli, di notte, senza lasciare nemmeno un foglietto, un saluto. Forse ce l’avevano con me. Comunque persi due premolari e trovai una ragazza. Avevo poco più di trent’anni, un’epoca che nella mia personale storia equivale all’età del bronzo. Facevo i primi tentativi di plasmare il mondo che mi circondava per tirarne fuori qualcosa di utile, riuscendo però ad ottenere solo vasetti storti e punte per le lance troppo morbide per pungere qualcuno. Lasciai troppo tempo il tartaro a nevicare su quella relazione e dopo un po’ se ne andò anche lei come i denti, senza salutare.
Seguì un periodo di tregua tra me e le carie, un tempo che impiegai per vedere se è vero che basta annacquare i giorni con l’alcool per curare il mal di denti. Per un po’ funzionò. Quando mi ripresi dalla sbornia e mi girai indietro a guardare, c’era un tappeto di persone delle quali non mi ricordavo più il nome, qualche delusione rancida nascosta in un angolo del frigorifero e un mucchio di scelte sbagliate nel carrello della spesa. Impiegai qualche giorno a fare il conto dei denti che ancora abitavano la mia bocca, notando con stupore che erano più degli amici che mi erano rimasti.
Così tornai dal dentista che scosse di nuovo la testa, presagio di un preventivo a tre zeri. Mi disse che per quanto riguarda la solitudine la medicina è impotente ma che, se volevo, in cambio mi poteva estrarre qualche altro dente, giusto per non perdere l’abitudine all’abbandono. Pronunciò quelle parole con l’espressione che fanno i medici quando si trovano di fronte a un caso disperato e io, che disperato lo ero stato sul serio, mi sentii di nuovo a casa.
Adesso sorrido con meno di venti denti. E’ un ridere tronco, pieno di buchi da dove filtra via l’allegria e il cui spiffero irretisce le gengive. Ho imparato a farlo portandomi una mano davanti la bocca, come se mi accingessi a ruttare, come se dovessi provare vergogna ogni volta che sono felice.
La persone questo lo notano e, coprendosi le labbra, ridono di me.

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