Fine turno

di Roberto Albini

Non fu la lunga fila di auto incolonnate per chilometri a stupire il maresciallo. In fondo sul Grande Raccordo Anulare è normale. Non si scompose nemmeno alla vista di quella grossa monovolume accartocciata contro il guardrail, né la pozza di olio, benzina e sangue che si era riversata sotto ciò che restava delle sue ruote. Aveva visto quella scena un numero imprecisato di volte nel corso della sua carriera, e la soglia di sensibilità gli si era spostata così tanto che ormai riusciva a scansare frattaglie umane con la stessa indolenza con la quale una massaia ripone i giocattoli sparsi dei propri figli. Semplicemente si portò la trasmittente alla bocca e ordinò alla centrale di inviare un’autombulanza. Si voltò a osservare il traffico e calcolò che se pure i soccorsi fossero arrivati, cosa non sempre certa, non sarebbero mai giunti in tempo per salvare nessuno, ma quella constatazione non lo sconvolse nemmeno un po’. Fissò le strisce scure che provocano le gomme delle auto quando qualcuno le costringe a frenare sfidando le leggi della fisica, e provò a immaginarsi la dinamica dell’incidente. Davanti a lui c’era un’altra macchina, questa con il portabagagli completamente distrutto, così gli bastò poco per capire che mentre una aveva interrotto bruscamente la sua corsa, l’altra l’aveva presa in pieno da dietro rimbalzando contro  guardrail. La sua esperienza gli suggerì che in quei casi nessuno si salva, e pure se succede è solo perché il destino a volte si diverte a torturare le persone lasciandole in vita a discapito della normale logica della natura. Si osservò i gemelli dorati della divisa che trovò eccessivamente opachi, così si trattenne un istante a spolverarli con le dita prima di avvicinarsi al capannello di gente sicuramente intenta nella contemplazione inutile e morbosa di un cadavere.
Si fece largo tra la gente con la calma di chi sa che non c’è più nulla da fare, a parte ristabilire il caos naturale di una grande strada metropolitana. Tra poco tutto sarebbe finito, pensava. Le persone sarebbero tornate tutte nelle loro bare metalliche, dirette verso casa a raccontare l’incredibile scena al primo conoscente incontrato. Emise una risatina solitaria pronunciando mentalmente la parola “incredibile”. Scansò l’ultimo curioso che gli impediva di ammirare il probabile morto, e quello che vide sì che lo stupì. Non è per nulla facile colpire la sensibilità di un carabiniere con quasi trenta anni di servizio sulle spalle.
In mezzo a quel circolo di curiosi giaceva sdraiato un ragazzo, in perfette condizioni fisiche, nel senso che non c’era sangue intorno a lui. La cosa strana era che il suo corpo sembrava come immerso nell’asfalto: le braccia scomparivano letteralmente sotto il manto stradale, così come le gambe e parte della schiena. Pareva stesse facendo il morto a galla su un placido laghetto di montagna. Il maresciallo scosse la testa. Questo sul serio non gli era proprio mai capitato.  E sono poche le cose che non sono mai successe a un carabiniere con quasi trenta anni di servizio sulle spalle. Così si avvicinò, curioso più che spaventato. Non pensò subito che era inspiegabile una scena del genere, perché un carabiniere sa che tutto ha una spiegazione, anche quello che apparentemente può sembrare impossibile. Ordinò all’appuntato di allontanare la gente e si avvicinò flemme a quel corpo, per studiare meglio la situazione. Effettivamente le braccia del ragazzo erano state inghiottite dall’asfalto così come le gambe. Si sincerò che non fosse uno stupido effetto ottico, che magari nell’impatto al suolo non se le fosse strappate dando così modo alle ombre di tessere un’illusione tanto bizzarra. Toccò quegli arti provando a muoverli per staccarli dal pavimento grigio scuro, ma quelli rimanevano fissi con metà della loro lunghezza sommersi dal catrame. Chiese allora se ci fosse qualche testimone che avesse visto come si erano svolti i fatti, e un signore spuntando da dietro un’auto alzò un dito tremolante. Il maresciallo chiese cosa avesse visto e lui rispose che all’improvviso uno sciame enorme di mosche oscurò tutta la careggiata come una nebbia oscura e misteriosa, che in molti avevano frenato bruscamente, che quella macchina accartocciata viaggiava proprio davanti a lui e che era finita a schiantarsi sullo spartitraffico dopo aver urtato un’altra auto bloccatasi di colpo per evitare di investire quel ragazzo. Lui, che arrivava subito dopo il mezzo finito fuori strada, a mala pena era riuscito ad evitare di fare la stessa fine, ma che non era in grado di dire come quella persona fosse finita lì, a galleggiare sopra l’asfalto. Qualcun altro dietro di lui annuì, confermando il racconto. Il maresciallo si grattò il mento e tornò con lo sguardo sul ragazzo. Fece qualche passo verso di lui e quando si trovò a una distanza appropriata, gli diete un colpetto con la punta dei suoi stivali lucidi, per capire se era cosciente. Quello si girò di scatto, così rapidamente che il maresciallo ebbe un sussulto. Una volta capito che era vivo, provò ad interrogare la vittima che non rispose. Tornò a chiudere gli occhi, come stesse dormendo placidamente su un prato, in perfetta solitudine. Questo atteggiamento non piacque al maresciallo. Nessuno può rifiutarsi di parlare con un carabiniere con oltre trent’anni di servizio sulle spalle.
Si avvicinò ancora di più a quello strano personaggio, intento a farlo “cantare”, e un particolare lo colpì ancora una volta. Pareva che nel mentre lui stava parlando con il testimone, il ragazzo fosse sprofondato un poco di più sotto terra. Anzi ne era sicuro. Ora l’asfalto gli copriva quasi tutte le braccia e le gambe erano sparite fino alle ginocchia. Nel frattempo l’ambulanza era arrivata starnazzando con le sirene. Scesero due infermieri con una barella che correndo si portarono nello stesso punto dove il maresciallo stava cercando di risolvere il mistero, si fermarono anche loro stupiti della scena ed osservarono il carabiniere per chiedergli cosa succedeva. Lui alzò le spalle nell’incapacità di spiegare quel fenomeno e tutti e tre rimasero immobili davanti a quell’uomo sdraiato. Uno degli infermieri gridò “stai bene?”, senza avere il coraggio di avvinarsi, ma non giunse nessuna risposta.
Più i minuti passavano, più il ragazzo per terra affondava. Adesso dal bacino in giù era sepolto, e delle braccia erano rimaste visibili solo le attaccature alle spalle. Aveva gli occhi chiusi, ma il suo volto non era teso, anzi sembrava rilassato, distante.
Il maresciallo decise allora di passare alle maniere forti. Fece cenno agli infermieri di aiutarlo e tutti si misero a tirare per cercare di liberarlo, anche se fu tutto inutile. Quel corpo rimaneva agganciato al pavimento, calando sempre di più nel sottosuolo come si trovasse in mezzo alle sabbie mobili. Sudati ed esausti decisero di riposarsi. Il maresciallo tramite la trasmittente tentò di spiegare alla sala operativa quello che stava succedendo in cerca di un protocollo da adottare in quei casi, ma non esistono protocolli per qualcosa che non è mai accaduto. In preda al panico chiese a tutti i presenti di aiutarlo a tirare fuori quel maledetto ragazzo dall’asfalto. La gente rispose all’appello, afferrandogli chi la testa, chi il bacino, qualcuno tirava un altro che a sua volta tirava il ragazzo. Alla fine la confusione fu tale che non si capiva più chi stava tirando chi. E intanto era rimasta solo la testa a sporgere dalla strada, e pure quella lentamente stava precipitando verso il basso. Il maresciallo, gli infermieri, l’appuntato e tutti gli automobilisti si fermarono impotenti, fino a quando il ragazzo steso sul Raccordo Anulare non sparì del tutto sotto gli occhi sbigottiti degli astanti, rimasti ad osservare null’altro che un tratto di strada vuota e pulita.
A quel punto il maresciallo trasalì e ordinò a tutti di tornare nelle automobili. “Circolare! Circolare!”, sbraitò l’appuntato, e gli infermieri si precipitarono nell’auto accartocciata sul guardrail a soccorrere il suo proprietario che nel frattempo era deceduto. Lo posero sulla barella coprendogli il corpo con un lenzuolo, poi rientrarono nell’ambulanza e sparirono con grande dispiego di sirene senza nemmeno salutare.
Anche il maresciallo, una volta assicuratosi che il traffico era ripreso copioso e folle come sempre, tornò sulla volante. Guardò per l’ultima volta quel pezzo di asfalto, scuotendo la testa poi si girò verso l’appuntato in evidente stato confusionale. “Che hai Vito? Non hai mai visto un incidente stradale in vita tua? Andiamo che il nostro turno è finito”, gli disse serio. L’appuntato non rispose, girò la chiave della macchina e accese le sirene.

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