Caterina Fort

di Roberto Albini

Sono andato a specchiarmi in bagno, ma mi sono subito reso conto che ero io a riflettere il cesso. E mi sono sentito un po’ così, come una vongola su degli spaghetti alla amatriciana, come una smagliatura sulla chiappa profumata di una modella, come un albero di natale il quindici di agosto, come i calzini bianchi dell’amante distratto. Deve essere questa la maturità, mi sono detto.
Non c’è più nessuna ispirazione per continuare ad assemblare tutte le debolezze, le facilonerie emozionali, le cialtronaggini convenzionali nello stesso stato d’animo con cui si monta un mobile dell’Ikea, per costruire qualcosa che per ostinazione continuo a chiamare gioventù. A quaranta anni non si è più giovani, si è quarantenni, se ne è accorto anche il mio fegato, e anche se ritiro la pancia il costume da giovane non mi entra più.
Ma se è così che vi piace rappresentare la gioia, voi proseguite pure che a me viene da ridere ed esco a fumarmi una sigaretta.
Una sigaretta lunga quindici anni. Giusto il tempo di capire in che modo si recita l’allegria in questa epoca.

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