Il cane dello scrittore

di Roberto Albini

Il mio padrone passa così tante ore a scrivere chino sulla sua scrivania, che a forza di osservarlo ho imparato a farlo anche io. Nelle fredde e piovose giornate d’inverno, quando lo scorrere del tempo si mescola ad antiche apatie sciolte sotto la luce tenue di un’abatjour e il richiamo della libertà si riduce ad un sonno leggero messo a lievitare dentro una cesta di vimini, il mio padrone raccoglie tutte le sue malinconie e le riversa in mille fogli ingialliti dalla nostalgia. Ogni tanto si concede una breve pausa, allora si alza da quella sedia scricchiolante che gli fa da madre e da moglie e si concede un flebile contatto con il mondo. Mi accarezza la nuca scuotendomi la pelle del muso fino ad afferrarmi dolcemente il naso.
Io agito il capo e gli lecco la mano. Questo, noi cani, lo chiamiamo affetto.
Poi torna a sedersi appoggiando i gomiti sui braccioli. Osserva per un po’ la parete che gli suggerisce un’invisibile ispirazione, e riprende isterico a scrivere come in preda alla paura che possa sfuggirgli anche solo una delle idee che ha maturato durante la contemplazione del muro.
Abbaio. Noi questo la chiamiamo complicità.
Dunque, come dicevo, il mio padrone è uno scrittore, e io ho passato così tanti anni insieme a lui condividendo quella luce giallognola che arriva a malapena a gettarmi un’ombra pallida sulle mie pigrizie, che ho imparato a farlo anche io. Da lui ho appreso questo, ma non solo. Il mio padrone mi ha insegnato anche a coltivare i rimpianti, a distillarli in alambicchi di dolce malinconia, ed avere a volte la necessità di metterli a seccare su dei fogli di carta. Non rileggo mai quello che scrivo. Ho paura che il mio padrone mi scopra, ed è per questo che getto nel camino ogni riga di pensiero scritto che produco. Ogni parola che tento di ritrarre in file composte da lettere, finisce inevitabilmente ad alimentare il calore che scalda i nostri tremori. E’ per questo che ho voluto imparare a scrivere, per tentare di espellere questo vento gelido la cui unica volontà sembra essere quella di gelarmi il cuore. Interpreto le mie emozioni come i puntini di un rompicapo che hanno bisogno solo di essere uniti per scoprire la figura misteriosa che nascondono quando giacciono in un apparente caos. Non temo il disegno che ne esce, ma l’incapacità di saperlo riconoscere.
Scrivo come un cane, perché sono un cane. E se un giorno qualcuno vorrà leggermi i pensieri dovrà mettersi a quattro zampe per poter tentare di comprenderli. Dovrà abituarsi a rispondere alle proprie esigenze solo quando collimeranno con le esigenze di qualcun altro. Dovrà imparare a pisciare a ore prestabilite e ad accontentarsi degli scarti di pasti altrui. Dovrà scodinzolare al posto di sorridere, ed apprendere a riportare indietro pezzi di ossa tirati lontano per non essere ritrovati. Dovrà rispettare il proprio padrone più della propria vita, sacrificarsi per lui al di là di qualsiasi logica ricevendo in cambio qualche oncia di affetto umano che per sopravvivere si nutre del possesso.
Questa, tra noi cani, la chiamiamo vita.

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