Bruto e la sua colpa

di Roberto Albini

Bruto, con le mani ancora sporche di sangue, oltrepassò la tenda pesante rosso pompeiano e si ritrovò solo nella corte. Udiva lontano lo schiamazzo incessante della suburbia dalla quale proveniva. Rimase immobile fissando un punto indefinito, respirando forte come avesse corso. Poi si passò lentamente una mano sui capelli ricci e radi, madidi di sudore e sangue, ed esalando un respiro profondo come i pensieri che lo tormentavano, rilassò i pugni e lasciò cadere il pugnale sul suolo marmoreo. Il rumore della lama ferrosa rimbalzò tra le pareti della domus facendolo trasalire. Solo in quel momento iniziò a rendersi conto di cosa era accaduto e di dove si trovasse.
Si guardò intorno quasi si aspettasse un agguato simile a quello al quale aveva appena partecipato. Tirò su col naso e provò a dirigersi all’interno dell’abitazione facendo raschiare il cuoio dei sandali ad ogni passo. Bruto era stanco di quella stanchezza che non riguarda il corpo ma una parte indistinta dello spirito quando lo si lascia ingrassare di emozioni indigeste. Attraversò il patio lastricato muovendosi come un fantasma, tanto che nemmeno la flebile luce lunare, striata da nuvole scure, riusciva ad illuminarlo completamente. E proprio uno di quei raggi pallidi rubò il suo sguardo ancora non del tutto recuperato, conducendolo verso uno specchio, dove la sua immagine giaceva riflessa. Non si riconobbe. La tunica macchiata del sangue del suo sangue in maniera sparsa, nervosa, narrava lo svolgersi di quegli eventi tragici; la furia gli aveva teso i nervi del volto sfigurandolo, tirandogli le labbra in un ghigno da iena che vagamente ricordava un sorriso umano. Allora si avvicinò a quella caricatura di se stesso e il lampo accecante del senso di colpa lo colpì spossandolo.
“Cosa ho fatto?”, sussurò all’aria. “Di quale ignobile infamia ho macchiato la mia stirpe?”. Si portò le mani a coprirsi gli occhi quasi sperando che una volta liberateli da quel velo sarebbe riuscito a ottenere di nuovo la sua coscienza pulita. Ma quando le tolse quell’espressione da bestia era sempre lì, testimone immobile del suo scempio.
Cadde in ginocchio e nel medesimo istante prese a piangere: “Oh Déi potenti, perché, perché avete permesso tutto questo? Perché Giove non hai scagliato il sacro tuono pacificatore sulla mia mano impedendomi di uccidere Cesare, mio padre? A voi rivolgo la mia maledizione se delle sorti degli umani tirate i fili come burattinai onniscienti, mentre con mostruosa ignavia mi avete lasciato compiere un delitto tanto grave. Vostra è la colpa della morte di Cesare non del pugnale che voi mi avete fatto impugnare a causa dei vostri perniciosi disegni!”. Ci fu una pausa. Bruto restò in silenzio in attesa di una risposta consolatoria, un ammissione di colpevolezza da parte delle divinità che lo liberasse da quel fardello troppo pesante da trasportare. Ma gli Déi tacquero, come sempre.
Dunque, ancora alla ricerca del vero colpevole di quell’assassinio, prese a pensare a sua madre e su di lei scagliò la sua ira: “Oh madre che non sapesti donarmi la ragione sufficiente a frenare i miei piani nefasti, che hai fatto di me un reietto tra gli augusti, l’ultimo dei nobili e il primo tra i traditori. Oh madre che partoristi un mostro convincendolo di essere il discendente del più glorioso tra i gloriosi, Cesare! Oh genitrice incapace che non sapesti trasmettere a tuo figlio nemmeno una briciola del suo valore! E’ tua la colpa della sua morte e della mia natura infame!”. Si voltò allora verso una stanza poco illuminata, dove la madre di Bruto soleva passare le giornate a filare. Ricordò in quella breve frazione di sogno lucido, tutte le volte che la sua mano gli aveva carezzato il volto, accogliendolo con sincero affetto verso il petto, ristoro antico delle sue pene. Provò vergogna di quell’accusa appena rivoltale, e sentì ancora più frustrazione per il suo essere meschino.
“Roma!”, pensò allora, “Patria degenere che si ciba della vita dei suoi abitanti! Terra di pastori fratricidi, sporca nelle strade così come i cuori di chi ha la sventura di abitarti! Alla violenza ci hai spinti per sete di conquista, e con membra sparse in un circo allevi la sensibilità di questo popolo di ciechi guerrieri. Ci hai insegnato a costruire ponti ma hai condannato all’oblio la nostra capacità di provare pietà. Tua è la colpa per avermi insegnato così bene ad affondare la daga nella gola del nemico, e per aver reso nemico qualsiasi cosa si opponga al tuo volere! Tu sei la vera assassina di Cesare che per te è morto invano!”. Roma nemmeno lo ascoltò. Raccolse le invettive di Bruto in un vento leggero proveniente da ponente che le andò a posare sul Tevere, e tra le sue correnti sparse quelle lamentele come da secoli era abituata a fare con quelle di chiunque.
A Bruto si gonfiarono gli occhi per quell’insolenza che non fece altro che acuire la sua sete di giustizia. “Catilina, vile traditore che di vuote promesse mi hai riempito la testa! Tu e tutti quelli come te, seduti su uno scranno posto al di sopra del popolo e che di lui ti ricordi solo per dissetare le tue ambizioni! Sporco cospiratore che con le tue doti da Circe hai saputo mettere un figlio contro suo padre, e in nome della tua falsa causa hai macchiato per sempre la mia coscienza! Catilina, oggi ti prometto guerra eterna e il tuo sangue scorrerà come un fiume in piena a lavare l’onta della quale mi hai fatto macchiare! Tua è la colpa se il grande Cesare oggi è morto sotto i colpi di questo pugnale!”. Ma subito si ricordò di non aver mai conosciuto Catilina, e che il piano lo aveva concepito con il suo amico Publio, di cui era complice non succube.
Così si asciugò le lacrime e provò goffamente a risistemarsi la tunica. C’era sempre e solo lui in quella corte così come, alla fine di quel processo immaginario, solo lui era l’unico colpevole dell’omicidio di suo padre. Tirò di nuovo su con il naso.
“Vabbè, alla fine era solo un vecchio”, disse. E andò a cercare qualcosa da mangiare.

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