Mike

di Roberto Albini

Allegria! Bei tempi quando la dichiaravano nei bar da un televisore. Mike ma perché sei morto? Che da quando non ti inquadrano non c’è più nessuno che osa proferire quella parola. Adesso va di moda “crisi”, che oggettivamente non stimola proprio al sorriso. Ma la voglia di allegria non è diminuita nemmeno di un po’, anzi più va avanti e più se ne sente la mancanza, come delle gite fuori porta, della gioia di comprarsi una Lambretta e portare la ragazza a vedere un bel film con Totò. Adesso abbiamo lo spread, che è come provare a recitare “L’infinito” mentre qualcuno ti mette un dito nell’occhio.
Siamo tutti costretti a fare i coltivatori diretti di allegria in mancanza di una produzione a livello industriale e io, che a qualcuno sembrerà strano ma sono solo uno dei tanti, ci provo come tutti a ridere mentre mi mettono quotidianamente un dito nell’occhio. Può servire un po’ di buon prosecco trevigiano certo, ma dura poco, troppo poco e la mattina dopo ti fa male la testa. Tenti di stimolare qualche amico, di quelli che una volta ti facevano pisciare sotto dalle risate, per poi accorgerti che pure loro non hanno proprio più un cazzo da ridere, e si finisce sempre e inevitabilmente a scambiarsi i ricordi dei bei tempi, che sono belli solo perché questi sono veramente di merda.
Così un giorno mi è venuta questa idea, questo piano, questo ultimo tentativo per dare ancora una possibilità all’allegria di recitare se stessa senza additivi chimici, e provare a vedere se ha ancora quel sapore di pollo coltivato nell’aia che ti cucinava nonna. Ho rubato il cadavere di Mike Buongiorno.
Ma che mi frega del riscatto: i soldi mica danno la felicità, come dice Marchionne agli operai della Fiat. Io voglio che mi dia allegria.
Dimmelo Mike, dimmelo ti prego come sai fare tu, con il braccio teso verso l’alto ad indicare la direzione giusta per incontrarla. Con l’altra mano togliti gli occhiali e ammiccami ricordandomi che giovedì prossimo tornerai a chiedermi la capitale del Kurzikistan, rassicurandomi con la certezza di cicli prestabiliti e morbidi. Dimmi che non ci sarà più nessun imprevisto inutile a impedirmi di vedere che fine farà il mio futuro. Chiedimi i nomi dei sette re di Roma, o quello dei nani di Biancaneve. Dai Mike, dimmelo ancora: Allegria!
Ma lui sta lì muto, appoggiato al frigorifero in cucina, e puzza pure un po’. Ogni tanto ci passo davanti e faccio finta di non vederlo, magari vuole farmi una sorpresa. In cartoleria ho comprato una cartella e ci ho messo dei fogli dentro, poi gliel’ho messa in mano, forse così si sente più ispirato. E invece si ostina nel suo silenzio come un monito, o un presagio. Nemmeno Mike ce la fa più a urlare “allegria”.
Così sono dovuto passare al piano B. Gli ho staccato la faccia con un taglierino e l’ho indossata come quando da ragazzino a Carnevale mi mettevano un mantello per sentirmi un po’  Zorro e finivo per crederci sul serio. Adesso passo le giornate davanti allo specchio. Alzo un braccio al cielo e dico “Allegria!”.
Sarà per questo mio carattere del cazzo, sarà perché l’epoca in cui vivo mi chiede solo sacrifici e in cambio mi da solo incertezza, sarà perché il 2012 me lo immaginavo con le macchine volanti e i robot a lavorare al posto mio, però nemmeno questo ha funzionato.

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