L’assente

di Roberto Albini

Ho fatto le elementari in una scuola nel quartiere della Garbatella, a Roma. Era intitolata a Cesare Battisti e, proprio come una delle sue poesie, era triste e decadente. Le classi erano molto grandi e fredde con pareti bianche di gesso ingiallito da dove spiccavano colorate le cartine delle regioni italiane. La mattina, quando entrava il maestro, ci alzavamo in piedi, e ci sedevamo solo quando ce lo diceva lui, poi la preghiera, e dopo l’appello dove tutti ci sforzavamo di rispondere velocemente quando veniva chiamato il nostro cognome. C’era un ragazzo, però, che fin dal primo giorno di scuola, a quel richiamo non rispose mai. Si chiamava Bettucci. Bettucci non fece mai neanche un giorno di lezione nella nostra classe, nessuno vide mai il suo viso, né se era alto o grasso. Ma tutti i giorni, il maestro lo chiamava. Tutti i giorni arrivava alla lettera “b” e si fermava ad attendere che lui rispondesse, e tutti i giorni ci chiedeva se qualcuno sapesse il motivo della sua assenza. Tuttavia, anche se Bettucci non venne mai a scuola, per noi, lui c’era. Il suo compagno di banco, Veltri, parlava di lui come se lo conoscesse da sempre. Il maestro lo chiamava alle interrogazioni, e continuava a mettergli brutti voti, semplicemente perché non c’era. Quando si organizzavano le gite, veniva contato anche lui nel numero dei partecipanti e perfino nella mensa c’era un posto riservatogli. Un giorno a un nostro compagno rubarono un libro. Quando il preside venne a chiedere spiegazioni dell’increscioso episodio, tutti ci sforzammo di discolparci, ma questo naturalmente non bastò a far placare le polemiche. Il preside minacciò di sospenderci tutti, se il colpevole non si fosse costituito. Fu in quel momento che Repetti si alzò e, infrangendo il silenzio riverenziale che regnava nell’aula, disse: “È stato Bettucci, l’ho visto io “. Il preside ordinò subito la sospensione dell’alunno fantasma, e stigmatizzò l’accaduto come inaccettabile. Grazie a Bettucci fummo salvi. Ci sentimmo tutti in debito con lui, in fondo avevamo imparato a volergli bene. Fu per questo che il giorno dopo la mamma di Repetti preparò una crostata che lo stesso ebbe cura di lasciare sul suo banco, vuoto come sempre. Anche se non ebbe mai modo di dirlo Bettucci gradì molto il dolce perché, appena dopo cinque minuti, non c’era più.

 

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