Roncobilaccio

di Roberto Albini

Il mattino questa mattina l’ha portato il vento. L’ha sollevato di peso da dietro le colline e senza troppi complimenti lo ha sbatacchiato un po’ su e un po’ giù facendolo rotolare oltre il Raccordo Anulare, fino quando non è andato a sbattere contro il vetro delle mie finestre, e allora mi sono svegliato prima della radiosveglia. Ma lei non se l’è presa. Con l’indolenza di una vecchia governante ha preso a raccontarmi di un non so quale rallentamento di traffico a Roncobilaccio. A Roncobilaccio c’è sempre traffico, la radio lo ripete spesso. Che io con il tempo ho preso ad immaginarmi Roncobilaccio come un incrocio in mezzo al nulla, dove tutto e tutti confluiscono in maniera caotica ma senza saperne il motivo. Chissà cosa c’è di così importante a Roncobilaccio da giustificare questa massa quotidiana di visitatori. D’altro canto su Atlantide sappiamo un sacco di cose, ma in che provincia sia Roncobilaccio è ancora un mistero per tutti quelli che non abitano a Roncobilaccio, e a volte dubitano pure loro di sapere dove si trovano.
Le notizie su Roncobilaccio mi hanno sollevato perché io non devo andare a Roncobilaccio, non devo temere le congestioni del traffico, né la sensazione di non sapere in che luogo sto fermo in mezzo a un mare di altre auto. Posso comodamente ignorare dove mi trovo seduto sulla tazza del bagno, fissando un muro in attesa mi risponda.
La sigaretta brucia riempiendo la mattina, alla quale ancora gira la testa, con un suono assordante di carta che incenerisce lentamente. Dura poco. Mi ritrovo in strada senza un vero perché, l’aria soffia veloce scapigliando le persone che si lasciando dondolare senza opporre resistenza, e io con loro a partecipare a questo ballo dei vuoti a perdere.
Poi passo sotto un albero, e un uccello mi caga sulla spalla.
Non ho fazzoletti con me, e l’idea di essere sporco di cacca mi fa venire i conati.  Quando provo a vedere dove sono stato colpito accidentalmente tocco il piccolo escremento semiliquido con una mano, e a quel punto il mio povero stomaco non regge: inizio a vomitare. Il vento dispettoso sparge la mia angoscia sulle persone che insieme a me assiepano la via, e che sembra non badino troppo agli schizzi color cappuccino con i quali sto decorando i loro abiti appena stirati. Passano muti guardandomi senza interesse fino a quando mi riprendo, mi siedo su un muretto e per pudore giro la testa verso un punto dove non c’è nulla da osservare.
Forse Roncobilaccio è da quella parte, penso.

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