Millenovecentosettantadue

di Roberto Albini

Per colpa di una di quelle inesplicabili contingenze del destino sono nato nel millenovecentosettantadue. Appena tre anni prima Armstrong aveva passeggiato sulla luna, ma io me lo sono perso. In compenso ho vissuto interamente la guerra fredda, il terrorismo, la crisi del petrolio, i primi successi di Baglioni. E la mia infanzia è trascorsa così, ad evitare i proiettili delle BR, a rotolarsi nell’erba contaminata dall’uranio sfuggito da una centrale ucraina e ad ascoltare Orietta Berti cantare che non voleva dare i suoi figli in pasto ai russi e agli americani. Credevo di rifarmi nell’adolescenza, ma appena l’ho pensato è crollato il muro di Berlino e con lui il Comunismo, almeno ufficialmente. Sarò io a portare sfiga? Non ho avuto il tempo di rispondermi perché subito dopo è arrivata Tangentopoli, un’altra crisi, la disoccupazione, una delle prime maximanovre, lo sciopero dei monopoli e la relativa scomparsa delle sigarette negli scaffali dei tabaccai. Intanto avevo trovato il mio primo lavoro, che durò sei mesi, e allora dovetti vendermi la mia collezione di Dylan Dog per pagare le rate della macchina. A quel punto ero convinto che ormai le avevo passate tutte. Dio misericordioso ha ascoltato le mie parole e volendo punire la mia prosopopea ha inviato Berlusconi, uno dei cavalieri dell’apocalisse, quello più inutile. Cristo a volte esagera, lo sappiamo tutti, per questo esistono le bestemmie. Nonostante tutto, un po’ mi ero sistemato ed ero riuscito a mettere da parte qualche Lira, infatti siamo passati all’Euro che ha dimezzato i miei averi, giusto affinché non mi abituassi troppo ad un’esistenza decente.
La generazione a cui appartengo non si è fatta sfuggire nemmeno qualche guerra, un po’ in Europa un po’ in Medio Oriente, qualche presidente americano sottosviluppato e, naturalmente, una cinquantina di cambi di governo che assomigliavano tanto ai cambi di guardia dei soldati in cima alle scale del milite ignoto, dove la parte del milite ignoto la facevamo noi.
C’è questa cosa però, questo, diciamo, sentimento che chiamiamo speranza e si comporta un po’ come uno di quelli che vanno in fissa per una donna e la tampinano insistentemente fino a che lei non è costretta a denunciarli o a presentargli il suo ragazzo campione di karate. Ecco, c’è questa cosa, questa speranza, che poi in fondo in fondo non ti fa morire mai, tenendoti a galla come farebbero un paio di braccioli indossati da un naufrago, ti lascia galleggiare in preda alle correnti e ti fa sempre credere che in qualche modo le cose si sistemeranno mentre nel frattempo si muore di fame e sete. E proprio seguendo le mollichelle lasciate dalla speranza nel suo incamminarsi verso l’avvenire, è arrivato il duemilaotto e la sua conseguente attualità.
Quelli del millenovecentosettantadue, i sopravvissuti alla bomba atomica, alla P2, ad Andreotti, a Totò Riina, al Grande Giubileo, al capodanno dell’anno duemila e ad una miriade di altre amenità, a questo punto hanno deciso di lanciare l’SOS perché  non ce la fanno proprio più a non affondare. Un paio di braccioli, in fondo, non sufficienti a salvarti se ti investe uno tzunami. Subito sono giunti puntuali i soccorsi. Sono arrivati piangendo colpiti da tanta miseria, hanno portato via prima gli anziani, poi i giovani e dopo se ne sono andati, scordandosi di noi.
Se vi guardate intorno, ci sono un sacco di persone che si sbracciano cercando di attirare l’attenzione  in cerca di qualcuno che li recuperi da questa tempesta perfetta nella sua stupidità. Tutti si disperano, tranne noi, quelli del millenovecentosettantadue, che di colpo siamo diventati invisibili al presente e antipatici al futuro. C’è rimasto solo il passato, pieno di bombe atomiche inesplose.
Che, con il senno di poi, non so se è stata una fortuna.

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