A proposito di quelli

di Roberto Albini

A volte ho la sensazione, anzi diciamo pure una certezza, e malcelata, che sul serio le persone non ci stanno più capendo un cazzo. Parliamoci chiaro: non è che la cosa mi stupisca, ma avete idea di cosa succede lì fuori? Sembra un esperimento di qualche università del Massachusetts, una di quelle che ricevono bilioni di dollari per scoprire se è vero che senza mangiare si muore. Ci sono scienziati pagati per ricercare le cause della formazione della forfora sul cuoio capelluto, investono tutta la propria vita, sacrificano la famiglia, spendono soldi a palate per analizzare piccoli pezzi di pelle secca con sofisticatissimi e costosissimi strumenti ma senza mai arrivare a una conclusione e sapete perché? Perché nel frattempo muoiono di cancro. “Ops! Pensavo ci stesse pensando qualcun altro a trovare una cura”…
No dico, per esempio, quelli con la maglietta di Guevara che però non alzano il pugno al cielo per non rischiare di sgualcirla, questi che quando c’è Ballarò, su Facebook postano la copertina di Crozza e poi aspettano che i loro amichetti scrivano qualcosa per passare un allegro quarto d’ora di pura rivoluzione antisistema, quelli che mentre loro si ribellano davanti la tastiera qualcuno gli sta cucinando un futuro sciapo e scotto buono solo come pastone per i cani, ecco quelli lì, per esempio. Fuori li aspetta un mondo costruito sulla scarsità di tutto, di speranze, di lavoro, di cultura, di prospettive, e loro infatti si incazzano come bestie, si riuniscono nelle piazze e poi tutti insieme, compatti come gli operai negli anni ’70, assetati di giustizia cosa fanno? Vanno in bicicletta fino a Ostia, perché vogliono le piste ciclabili. Le piste ciclabili è il loro problema…
Poi se non bastasse ci sono quelli che hanno dovuto vendere un rene del padre e la gamba sinistra della madre per permettersi l’università e coronare il sogno di tutta una misera vita, la loro, cioè quella di diventare architetti, e poter dire alla gente: “Sono architetto, lo vedi? Ho anche un portatile della Apple, mi è costato l’orecchio di mio zio, ma senza di questo come lo capisci che sono architetto?”, e poi si ritrovano a trentasette anni a essere schiavi del figlio di un architetto titolare di uno studio che gli ha aperto il papi,  che con la scusa della formazione li usa come tempera matite, come addetti alla macchinetta del caffè, dodici ore al giorno, festivi compresi, per trecento euro al mese. Un giorno qualche santo di quelli che esistono sul serio spara alle gambe di quel gran figlio di architetto, lo schiavo legge la notizia sul giornale ed esclama sbigottito: “Ma no! La violenza, mai!”.
E ancora, quelli che guidano senza rimorsi di coscienza automobili costruite da operai sottopagati dell’Est o del Sud America, che indossano senza porsi nessuno scrupolo etico scarpe da ginnastica da duecento euro che hanno cucito ragazzini indiani che sono diventati quasi ciechi per infilare quei cazzo di fili alla velocità di un robot automatico, che allegri e beati vanno in vacanza in Grecia perché costa meno visto che i greci si muoiono di fame e sono disposti a tutto pur di accaparrarsi un turista qualsiasi che li aiuti a comprarsi un sacco di patate per sopravvivere, ma che poi quando ti vedono mangiare una fettina panata ti guardano come se avessero assistito in diretta all’assassinio di Gandhi e ti dicono: “Ma sei senza cuore. Non lo sai come allevano i polli? Non lo sai quanto soffrono?”.
E soprattutto ci sono tutti gli altri. Quelli che si sono lasciati convincere che la qualità della vita dipende da quanti pollici misura il televisore, da quante app ti sei scaricato sul telefonino, quelli che hanno smesso di immaginare e adesso semplicemente seguono la corrente cercando solo di rimanere a galla, quelli che sono convinti che questo sia l’unico modo di andare avanti, che il meglio che possono pretendere dalla politica mondiale sia una riduzione delle tasse, che aspettano che un video di Youtube gli spieghi cosa c’è da fare, che percepiscono il fastidio che gli da esistere ma si sono arresti alla teoria della naturale “cattiveria” degli esseri umani come qualcuno gli ha raccontato a catechismo e che non capiscono, anzi, non riconoscono più da che parte sta l’uscita d’emergenza.
Ed è a questo punto che smetto di provare rabbia e inizio a sentire pena.

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