L’obeso che si credeva magro e gli altri

di Roberto Albini

Per aprire una finestra, in fondo, non ci vuole un granché di coraggio, così mi alzai  dalla sedia e mi diressi verso di lei. Gli altri mi guardarono per un attimo come si osserva il volo di una mosca in un momento che si desidera una distrazione qualsiasi a tutti i costi. Forse perché stava parlando Mario, l’obeso che si crede magro, che mi lanciò un occhiata di rimprovero per aver distolto il suo pubblico. Ma io ormai stavo in piedi, a metà strada tra la sedia e la finestra e, sentendomi osservato, come tutte le volte che mi trovavo in imbarazzo, mi chinai ad afferrarmi le caviglie. La sindrome dello struzzo: così aveva chiamato questa mia mania l’analista. Insomma, rimasi in quella posizione per qualche secondo poi, quando fui sicuro che tutti avevano distolto l’attenzione da me, mi decisi ad aprire la finestra. Mi sporsi leggermente ad annusare l’aria fresca, e poi tornai alla mia sedia.
Eravamo seduti in circolo. Alla mia destra c’era Silvana, la donna che respira ogni tre minuti, e più in là Alvaro, l’uomo che vede tutto verde. Dopo di lui Mario, poi l’analista e poi  io, l’uomo struzzo.
Come tutti i giovedì ci riunivamo per parlare delle nostre patologie, perché l’analista diceva che così facendo avremo trovato giovamento. Io pensavo che fosse un po’ come se hai l’auto guasta e invece di ripararla ne discuti con il meccanico. Però io sono ignorante su certe cose, forse ho troppi pregiudizi, e soprattutto ho paura a dire quello che penso ed è per questo che accettai la terapia,  anche se parlare in pubblico per me è massacrante.
E, infatti, quando Mario smise di raccontare che non era un problema suo se gli altri lo vedevano grasso, visto che quando si guardava allo specchio si trovava in gran forma ma che piuttosto era il resto dell’umanità ad avere problemi nei suoi confronti, e si rivolse a me in cerca di appoggio, io iniziai a sudare. Avrei voluto dirgli che era solo un fottuto ciccione,  che avrebbe dovuto ammetterlo con se stesso, e che mi faceva schifo come gli penzolava il doppio mento ad ogni più lieve movimento. Ma annuii e lui per ringraziarmi sollevò le enormi guance per scoprire i denti. Lui quello lo chiamava un sorriso.
L’analista notò il mio solito imbarazzo e mi invitò a dire qualcosa, invece di fare solo gesti con la testa. Iniziai a far scivolare le mani lungo le gambe in cerca delle caviglie, ma lei mi gridò di fermarmi e parlare. Così dissi la prima cosa che mi veniva in mente: “Manca l’aria qui dentro”. Lei  si voltò verso la finestra, che era aperta, facendomelo notare. Anche io guardai verso quella direzione e rimasi con lo sguardo fisso sul paesaggio senza tornare a girarmi verso l’analista. Tutti allora si voltarono verso la finestra per cercare di capire cosa era che catturava così tanto la mia attenzione.
La donna che respirava ogni tre minuti ispirò rumorosamente e si mise a cercare l’oggetto misterioso delle nostre attenzioni con le guance piene d’aria. L’uomo che vede tutto verde commentò a bassa voce che lui non vedeva niente, e che pure il niente lui lo vedeva verde. Mario fece per indicare qualcosa, ma fu troppa fatica per lui e riabbassò il braccio quasi subito.
Restammo  immobili, in silenzio, ad osservare la finestra. Anche l’analista.
Mario prese a fischiettare un motivetto, forse per noia, e allora l’uomo che vede tutto verde disse: “Lì! Un uccello! Verde!”. Io però scossi la testa, dando ad intendere che non era quello che stavo fissando. Lui fece un’espressione un po’ delusa e tornò a scrutare. La donna che respirava ogni tre minuti mi appoggiò una mano sulla coscia per richiamarmi, e senza smettere di trattenere il fato  farfugliò qualcosa che io non capii e che in tutti i casi bocciai come soluzione di questa specie di gioco.
Quando l’analista, trasalendo, si rese finalmente conto di cosa stava succedendo, battè la mani per tentare di riportare la situazione alla normalità però senza risultati. Ormai tutti volevano sapere cosa si nascondeva di così speciale appena fuori la finestra e non si sarebbero distratti per niente al mondo. Così a  quel punto si trovò costretta ad usare l’astuzia:  “Ma non lo vedete che è solo un ramo?”, disse all’improvviso. In verità non c’era nulla fuori , a parte il cielo e le nuvole.
Mario  sorrise alla sua maniera “è solo un ramo…”, disse sussurrando, e così pure l’uomo che vede tutto verde e la donna che respira ogni tre minuti, tutti ripeterono più volte a bassa voce “ramo”. Io  il ramo non lo vedevo, ma sono ignorante in certe cose, e ho paura a dire quello che penso. Un ramo non può far male a nessuno in fondo. Un ramo è attaccato a un albero, l’albero al prato e il prato è pieno di erba morbida, mi ricorda l’estate, la gioventù e mi venne da chiudere gli occhi, rilassato.
Mi piacciono i rami, pensai mentre mi afferravo le caviglie.

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