Di nuovo

di Roberto Albini

Nell’immaginario collettivo il giovane è una faccetta che si materializza tra i pensieri, di solito biondino, con gli occhi sgranati e soprattutto sorridente. Poi ti giri e scopri queste mandrie di capelli rasati, con le braghe calate, gli occhi annacquati dalle canne o dallo spritz a seconda della regione, ignoranti nel senso letterale del termine, e che esercitano il loro diritto alla gioventù attraverso una non meglio precisata voglia di rinnovamento che pretendono come l’auto a 18 anni. Perché il giovane non solo è per definizione buono, ma è anche nuovo.
Non si stupisca il cortese lettore che la parola nuovo, nell’accezione più moderna, si può riferire indistintamente ad una persona come ad un oggetto, perché poi alla fin fine il destino delle persone segue più o meno lo stesso percorso. Nuovo è il nuovo I-phone per esempio, che resta in questa sua condizione sei mesi, un anno al massimo, prima di divenire “vecchio” e costringere l’umanità alla necessità di un nuovo modello. Ma nuovo è anche il politico giovane di turno, orgoglioso delle cifre che compongono la sua data di nascita, quasi fosse la sua release. Dice: “Tu di che anno sei? Ah, bé io no, io sono 19.84: sono nuovo”. E tanto basta.  Sarà che il vecchio ha causato così tanti casini nel mondo, riducendolo praticamente a un colabrodo culturale e sociale, che adesso le persone vogliono assolutamente qualcosa di nuovo, di “giovane”, di mai visto insomma. E’ più o meno come abitare in una casa che sarebbe da abbattere e ricostruire di sana pianta e invece ridipingerla e poi ammirarla da lontano pensando: “sembra nuova”.
Sarà forse questo confondere nuovo con innovativo che porta la gente a votare un movimento nato nella rete, nei ritagli di tempo tra uno spedire foto scattate al cesso e un condividere l’ultimo successo della Pausini. O sarà questa estrema fiducia nel “giovane” che ha ridotto gli elettori di sinistra in questo Paese a dover temere l’arrivo di questo nuovo imbecille. In mezzo a tutto questo caos di date e termini, non molto tempo fa la gente ha confuso un vecchio con qualcosa di nuovo e i risultati sono stati millecinquecento anni di finanziarie e qualche puttana di più sulla strada.
Allora spesso anche io perdo di vista il faro e non capisco più se sono nuovo o vecchio. Vi giuro è terribile. Io mi sento abbastanza nuovo ma per il mercato del lavoro sono irrimediabilmente vecchio. Vado in palestra e una vecchia accanto a me sul tapis roulant corre venti chilometri più di me così che mi sento vecchissimo; poi parlo con un giovane qualsiasi e mi sento nuovo di zecca se quello mi tira ancora in ballo il Duce e i suoi innegabili effetti positivi sulle paludi pontine, ma dopo non capisco il senso di certi programmi tv così mi sento di nuovo vecchio.
Insomma queste sono cose da stabilire con un apposito decreto legge, uno dei tanti. Mi si dica chiaramente da quando è che devo iniziarmi a considerarmi vecchio. Mi basta un numero, e giuro da quel giorno inizio a fare il vecchio.
Che poi, il vecchio come si fa?
Nell’immaginario collettivo il vecchio è un figurina curva che si aiuta a camminare con un bastone, poi ti giri e vedi questi sessantacinquenni super abbronzati, allenati, con più energia di qualsiasi giovane la domenica pomeriggio sul divano di casa in mutante aspettando la diretta della partita. Allora, penso, essere vecchi non è poi tutta questa tragedia, o almeno non quanto essere nuovi e non sapere come usare tutta questa novità.
Va bene, mi dico, non sono né nuovo né vecchio. Per la società sono come il somaro che si trova in mezzo tra due balle di fieno, tutte e due equidistanti da lui, e muore di fame perché non sa decidersi verso quale dirigersi.
Ma non so perché, questa conclusione non mi tranquillizza per nulla.

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